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Se il nostro bambino si ammala troppo spesso, quali sono i rimedi più adeguati?

Il bambino acquisisce dalla madre, durante la fase della gravidanza ed in particolar modo durante l’ultimo trimestre, un completo corredo anticorporale che gli permette di affrontare eventuali batteri infettivi per i primi mesi di vita.

Al compimento del suo 5° anno di età, sviluppa in modo completo le sue difese immunitarie. Questo giustificherebbe i ripetuti episodi infettivi a cui va incontro che verrebbero maggiormente aggravati nel caso in cui facesse parte di una comunità: asilo, scuola, compagni di giochi, etc.

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Al genitore spetta il compito di prevenire una sua eventuale ricaduta prendendo i dovuti accorgimenti: circondarlo di un ambiente familiare favorevole per la temperatura, che non sia né troppo umida, ne surriscaldata e priva di qualsiasi traccia di fumo; fornirgli una alimentazione adeguata (la carenza o eventuale assenza di ferro potrebbe comportare il recidivare delle infezioni); una completa e ponderata somministrazione di sostanze vitaminiche, il ricorso ad immunostimolanti costituiti da antigeni batterici che verranno somministrati periodicamente per bocca (questi possono suscitare una risposta immune di difesa di una qualche utilità ridurre il recidivare delle infezioni.

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Non bisogna dimenticare le vaccinazioni. Occorre vaccinare il bambino prima di qualsiasi suo inserimento in comunità al fine di prevenire eventuali patologie invasive quali polmoniti, otiti e menengiti.

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Dislessia. Perchè fa fatica a leggere?

La dislessia è uno dei disturbi dell’apprendimento e consiste nella difficoltà che il bambino presenta per ciò che concerne la capacità di leggere. I genitori non devono preoccuparsi, in quanto il piccolo non possiede alcun deficit di tipo intellettivo, sensoriale, sociale, o emozionale.

I bambini colpiti da questa malattia sono normalissimi, hanno semplicemente una modalità diversa di funzionamento delle competenze cognitive (intellettive). Il fenomeno, in Italia, incide per il 5%. Circa 1.500.000 persone sono colpite da questo disturbo, con una netta prevalenza di maschi, tre su quattro delle persone interessate.

Non sono cifre da sottovalutare!

E’ facile riconoscere questa malattia. La dislessia è accompagnata, solitamente, da altri fenomeni, quali: disgrafia (grafia o scrittura incomprensibile), disortografia (difficoltà a scrivere senza errori ortografici ), discalculia (difficoltà nel calcolo e nell’elaborazione dei numeri ).

COME RICONOSCERLA

I segnali più comuni che possono indicare la presenza di questo particolare disturbo sono:
– errori nella lettura e nella scrittura, quali inversione di lettere, sillabe e numeri, omissioni di numeri
– marcata difficoltà nell’apprendimento delle tabelline
– confusione riguardo ai rapporti di spazio e di tempo

Varie sono le ipotesi sollevate riguardo alle possibili cause della dislessia. Per un certo periodo si credeva che responsabili di questo disturbo fossero elementi di natura psicologica propri del bambino, ma con il progredire di studi e ricerche si sta affermando l’ipotesi che vede questo disturbo come derivante da un fenomeno di origine biologica.

Molto incide la presenza di altri casi di dislessia nella famiglia di appartenenza del bambino colpito. Purtroppo non si è ancora arrivati ad una cura che sconfigga definitivamente questa malattia, tuttavia la persona colpita, se aiutata e seguita costantemente, può migliorare notevolmente il suo stile di vita, imparando a leggere e a scrivere meglio.

le malattie dei bambini

Periodo cruciale è quello prescolare e, se avvertite nel vostro bambino alcuni dei segni prima elencati, contattate i professionisti: neuropsichiatria infantile, psicologo, logopedista.

Molti sono oggi i mezzi che possono aiutare un bambino dislessico.
Questi strumenti possono essere suddivisi in due categorie:

– COMPENSATIVI (computer, calcolatrice, audio-libri, videocassette, registratore, lettura ad alta voce)
– DISPENSATIVI (riduzione del carico di attività del bambino a scuola, sostituire prove scritte a quelle orali).

I grassi contro la dislessia

È risaputo che, i grassi Omega 3, diano beneficio al cuore e alle arterie. Recenti ricerche hanno dimostrato che alcuni di questi grassi “polisaturi” (detti “essenziali” perché l’organismo umano non ne produce), presenti in alcuni alimenti, come il latte materno, sono preziosi anche per il sistema nervoso e per combattere la dislessia.

Le statistiche hanno dimostrato che, bambini afflitti dal disturbo, in seguito alla somministrazione di piccole dosi di grassi Omega 3, presentava netti miglioramenti. Dunque una speranza in più per un disturbo che non ha cure farmacologiche.

Troppi pochi test sugli effetti dei farmaci nei bambini

Ogni anno alcune medicine potrebbero essere causa di difetti alla nascita,traumi o persino della morte di bambini. In USA alcune medicine sono ritenute responsabili della morte di centinaia di bambini. La US Food and Drug Administration ha registrato, nel periodo che va dal 1997 al 2000, 3750 problemi seri a bambini di età non superiore ai 2 anni.

Secondo alcuni ricercatori che hanno prestato molta attenzione al fenomeno, 769 morti e 664 casi di difetti alla nascita sono riconducibili a farmaci usati dai bambini o a medicine assunte dalle madri durante la gravidanza.

Questi dati sono alquanto allarmanti e sottolineano la necessità di maggiori e nuovi test sugli effetti dei farmaci nei più piccoli, in modo da potersi appurare rischi e benefici. Per far ciò, da qualche tempo, anche i pediatri di base possono condurre studi sui medicinali per i bambini. Il Decreto Ministeriale 139 del 20/03/2001,operativo dal dicembre successivo, approva la sperimentazione dei farmaci da parte dei medici di base, sul territorio. Stando ai dati del 1997 della Società Italiana di Pediatria su 2096 prodotti pediatrici , solo 45 risultano sperimentati sui minori.

Inoltre circa 160 farmaci, venduti ad esclusivo uso pediatrico, sono stati testati solo su adulti; dicasi lo stesso per quelli che vengono classificati “anche” per uso pediatrico. Il “sistema” ora più diffuso tra i medici di base è quello di prescrivere ai più piccoli medicinali per adulti riducendo “semplicemente” il dosaggio.

La sperimentazione non riguarda solo i farmaci ad esclusivo uso pediatrico, ma anche quelli per adulti di “possibile” uso pediatrico. Tuttora la sperimentazione farmacologia-pediatrica non viene vista di buon occhio per motivi etici e religiosi. Questo è un errore, poiché quello che dovrebbe essere considerato non etico è l’opposto; il “non sperimentare”. Questa meta non è facile da raggiungere.

Ostacolo al “progresso”, e ad un miglioramento della vita , è la diffidenza , del tutto lecita , dei genitori a cui il pediatra di base potrebbe richiedere l’autorizzazione a sperimentare un farmaco sul proprio bambino .

Accettare simile proposta non è di certo facile, i dubbi e le domande sarebbero tantissimi . Tuttavia per avere una maggiore sicurezza nella somministrazione di farmaci nei più piccoli la sperimentazione è l’unica via percorribile.

Il vomito quasi sempre scompare da solo

Il vomito è un sintomo di uno stato di malessere o di malattia di cui si devono risalire alla causa che lo ha scatenato e, nella maggiorparte dei casi, non occorre assumere medicinali per il suo controllo.

La situazione più frequente è il vomito occasionale, acuto, che avviene all’improvviso e a cui spesso seguono la diarrea e la febbre. In genere è stato provocato da una malattia infettiva e scompare quando l’infezione guarisce. Il bambino, se vuole, può mangiare, meglio se cibi semiliquidi e non caldi, in piccole quantità.

Senza forzarlo bisogna invogliarlo a bere, anche poco, ma spesso per evitare la disidratazione, che spesso consegue al vomito quando esso perdura o se ad esso segue la diarrea. Nei casi peggiori si consgilia di utilizzare soluzione reidratanti acquistabili in farmacia.
Se un trauma cranico dovuto a un colpo violento alla testa, ha causato il vomito, anche a distanza di ore, è frequente e riguarda un lattante, il pediatra deve valutare la situazione.

Nei bambini più grandi il vomito può essere dovuto a fattori di ansia e di stress che sussistono in famiglia o a scuola.

Il “vomito ricorrente” è quello che dura alcune ore per 3-4 giorni e che dopo un pò si ripresenta e viene anche definito vomito acetonemico o acetone. Si riconosce dal caratteristico odore “fruttato” che assumono l’alito e le urine. Mal di pancia, mal di testa, vertigini, febbre e una sensazione simile al mal d’auto seguono al persistere del vomito. Il bambino deve bere molto spesso, a piccoli sorsi, liquidi che contengono zucchero e sali minerali e deve mangiare a intervalli ravvicinati.

Sì ai vaccini nell’età evolutiva

Le vaccinazioni sono uno dei più efficaci strumenti di prevenzione a nostra disposizione e la loro attuazione negli anni ha consentito di ottenere, nella maggior parte dei Paesi sviluppati, il contollo e l’eliminazione di molte malattie infettive che un tempo provocavano un gran numero di vittime e, non di rado, gravi invalidità nei sopravvissuti, quali ad esempio il vaiolo e la poliomenite.

Prima dell’introduzione della vaccinazione antipolio, l’OMS (Organizzazione mondiale della Sanità) ha stimato che la poliomelite rendeva paralitici più di 600mila bambini all’anno.

Secondo l’OMS sono almeno 5 milioni i bambini che muoiono ogni anno a causa di malattie infettive, perchè la povertà ed il sottosviluppo impediscono l’attuazione di campagne di prevenzione vaccinale, oltre che delle semplici cure che potrebbero evitare questi morti.

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Le vaccinazioni stimolano l’organismo a sviluppare una risposta immunitaria duratura e specifica, cioè diretta selettivamente contro un particolare agente patogeno (immunoprofilassi attiva). L’immunoprofilassi attiva non p il solo modo per prevenire l’insorgenza di malattie infettive, ma è il più efficace.

Ad esempio, nei confronti di molte malattie infettive, tra cui il tetano, le difrerite, l’epatite virale B, è possibile anche attuare un’immunoprofilassi passiva mediante utilizzazione di sieri che contengono anticorpi già formati (sieri eterologhi o preparati a base di immunoglobuline umane).

I vaccini, come tutti i farmaci, possono essere non del tutto innocui, ma d’altra parte, un margine di rischio esiste per tutte le attività umane. Scegliendo di evitare le vaccinazioni per annullare il sia più basso rischio, si andrebbe sicuramente incontro a rischi molto maggiori e decisamente più reali.

Grazie alle vaccinazioni l’Italia, ha ricevuto dalla Regione Europea la certificazione ufficiale di eradicazione della poliomielite (la documentazione può essere letta nel sito del ministero della Sanità) il 21 giugno 2002. L’eradicazione di una malattia è la dimostrazione sul campo dell’efficacia delle vaccinazioni.

La maggior parte dei vaccini utilizzati sono efficaci nell’85%-95% dei riceventi; la somministrazione di più dosi per il completamento del ciclo vaccinale di base, nonché di richiami con cadenza periodica, almeno nella infanzia e nell’adolescenza, assicurano la validità della risposta immunitaria conferita dalla vaccinazione e la sua durata nel tempo.

Questo non esclude la possibilità che, in popolazioni in cui i tassi di copertura vaccinale sono molto alti, sia possibile che si verifichino focolai epidemici di malattie infettive, per esempio di morbillo, perché comunque la copertura data dalla vaccinazione non è mai totale.

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N.B. Le barre ombreggiate indicano gli ambiti temporali accettabili per la somministrazione dei vaccini

Legenda

DTP: vaccinazione antidifterico-tetanico-pertossica

IPV: vaccino antipoliomielitico iniettabile – inattivato

OPV: vaccino antipoliomielitico orale – vivente attenuato

MPR: vaccinazione antimorbillo-parotite-rosolia

Td: vaccino antidifterico-tetanico per adulti, contenente soltanto 2 Lf di anatossina difterica

Hib: vaccinazione anti-Haemophilus influenzale b

* Nei bambini nati da madri positive per HbsAg, da somministrare entro 12-24 ore, contemporaneamente alle immunoglobuline specifiche antiepatite B; il ciclo va completato da una seconda dose a distanza di 4 settimane dalla prima, da una terza dose dopo il compimento della ottava settimana e dalla quarta dose in un periodo compreso tra l’undicesimo e il dodicesimo mese di vita, in concomitanza con le altre vaccinazioni.

°° E’ possibile la somministrazione simultanea, in un’unica seduta vaccinale, delle vaccinazioni antidifterico-tetanica-pertossica, antiepatite virale B, antipoliomielitica ed antimorbillo-parotite-rosolia, anticipando quest’ultima al dodicesimo mese di vita. Qualora non sia stato possibile somministrare una dose di vaccino MPR entro i 24 mesi di vita, è necessario utilizzare ogni seduta vaccinale successiva per il recupero dei soggetti non vaccinati.

# L’offerta attiva della seconda dose di routine della vaccinazione antimorbillo-parotite-rosolia è epidemiologicamente importante soltanto dopo il raggiungimento di coperture vaccinali pari o superiori all’80% nella popolazione bersaglio (bambini di età inferiore a 24 mesi di vita).

£ Ai sensi della legge 27 maggio 1991, n. 165, per gli adolescenti non precedentemente vaccinati

I complessi polivitaminici per essere più forti

I complessi polivitaminici, ovvero i farmaci a base di più vitamine, non sono dannosi per la salute del bambino come non lo sono per quella dell’adulto, anzi sono sempre utili se vi sono degli squilibri in una alimentazione in cui mancano frutta, verdura e cereali integrali.

Come l’adulto, anche il bambino può essere in alcuni periodi dell’anno particolarmente stanco, avvertire una debolezza generale lungo il corpo e non riuscire a concentrarsi nello studio, un senso di inappetenza ed un bisogno di riposo che non abbia nulla a che fare con il dormire.

Nella maggiorparte dei casi questi sintomi appaiono proprio nel corso di eventi sociali, familiari o scolastici importanti: è infatti un forte stato di tensione che fa accorgere del malessere. Non è niente di grave e sarà lo stesso medico di base ad indicare l’opprtuno complesso vitamiinico da utilizzare.

Salute del bambino… i suoi occhi

L’occhio è formato da varie strutture che interagiscono determinando la capacità di vedere. La visione è consentita da un sofisticato meccanismo che consente prima di captare e mettere a fuoco le immagini e poi di trasmetterle alla retina. Questa trasforma gli impulsi nervosi,organizzandole in un linguaggio che viene decodificato dal cervello.

Le strutture principali sono:

La CORNEA: è la lente trasparente e convessa che forma la parte anteriore dell’occhio. Tutte le immagini,prima di giungere alla retina,passano dalla cornea.

La SCLERA: è il tessuto bianco che costituisce il prolungamento della cornea e ricopre la parte laterale e posteriore del globo oculare.

L’IRIDE: la parte colorata dell’occhio e si trova dietro la cornea.

La PUPILLA: è il piccolo foro situato al centro dell’iride;si apre e si restringe asseconda della luce.

Il CRISTALLINO: è la lente trasparente e biconvessa posta dietro l’iride. Filtra la luce e la convoglia sulla retina oltre a modificare la propria forma,in base alla distanza delle immagini,per consentirne una perfetta messa a fuoco.

La RETINA: è la membrana che riveste la superficie posteriore interna all’occhio. Su di essa si imprimono le immagini che vengono trasmesse al cervello.

Il pediatra fin dalle prime visite controlla la vista del bambino per escludere la presenza di anomalie. Se non ci sono problemi di familiarità (per esempio mamma,papà o entrambi colpiti da gravi problemi) non c’è ragione di consultare da subito un oculista.

Il pediatra,infatti,è capace di individuare un’eventuale alterazione visiva e quindi di suggerire,se necessario,il consulto con lo specialista.

Se,dunque,va tutto bene,la prima visita va programmata intorno al terzo anno di vita del bambino. Se lo specialista non rivela niente di particolare,per la seconda visita bisogna aspettare i sei anni di età,meglio due,tre mesi dopo l’inizio della scuola.

I difetti oculari più comuni sono la miopia,l’ipermetropia e l’astigmatismo,che vengono definiti “vizi di rifrazione” e dipendono da un’anomala conformazione di alcune strutture dell’occhio e ostacolano una corretta messa a fuoco delle immagini.

La miopia è causata da una lunghezza eccessiva del bulbo oculare e determina una visione alterata delle immagini lontane;l’astigmatismo è provocato da un’incurvatura alterata della cornea e/o del cristallino. Chi ne soffre ha una visione deformata dei contorni delle immagini vicine e lontane.

L’ipermetropia,invece,è dovuta al fatto che la lunghezza del bulbo oculare è inferiore alla norma. Ne consegue una scorretta visione da vicino.

Nel corso del primo anno di vita è facile credere che il bimbo abbia un problema di strabismo. E’ possibile,infatti,che gli occhi divergano per qualche istante quando il bimbo è stanco o concentrato su di un’immagine particolare. Se si tratta di strabismo vero e proprio,gli occhi guardano sempre in direzione divergente e mai parallela come dovrebbero fare. Ciò è dovuto ad un difetto della funzione o della forma dei muscoli,che permettono ai globi oculari di muoversi in accordo tra di loro.

E’ un difetto che va risolto non solo per motivi estetici,ma anche perché espone il bimbo al rischio di ambioplia,alterazione dovuta al fatto che il cervello tende ad escludere le immagini sdoppiate raccolte dall’occhio strabico.

Sport, la scelta giusta per il proprio figlio

Si ricomincia con i programmi invernali e non è sempre facile mettere d’accordo le esigenze tra genitori e figli per lo sport da praticare nel corso dell’anno.

In linea di massima papà e mamma devono fare un piccolo sforzo per cercare di accontentare quanto più è possibile il figlio, in quanto è bene che pratichi lo sport con passione. Egli acquisterà così più sicurezza in se stesso, sarà più socievole con i propri coetanei, migliorerà il rendimento scolastico.

Certo non bisogna esagerare, in quanto le risorse del giovane devono essere distribuite nella maniera giusta, altrimenti un eccessivo stress fisico può privarlo delle energie necessarie per la concentrazione sui testi di studio.

Attenzione, d’altro canto, a non essere troppo esigenti sulle prestazioni ginniche dei vostri ragazzi. Lo spirito agonistico va bene quando nasce dal figlio e non quando è il genitore a credere di poter ottenere una qualche rivalsa attraverso le ‘vittorie’ del figlio.

Si corre il rischio di snaturare il significato dello sport ed il giovane lo considererebbe come uno dei doveri che va aggiunto ai tanti altri ed in questi casi spesso anche il ‘rendimento’ scarseggia.

Il figlio timido delle volte va invece incoraggiato e con il tempo dei traguardi inimmaginabili potranno divenire delle realtà.

Cellulite post-parto: rispetta la pelle del tuo bimbo

Benessere e piacere per un bambino sono strettamente collegati alle sensazioni corporee. Durante i primi anni di vita sono soprattutto i pannolini ad avvolgere il corpo dei nostri bimbi ed è essenziale che questi garantiscano un ottimo grado di ossigenazione della pelle e contribuiscano al benessere del bebè.

Anche l’abbigliamento, a diretto contatto con la pelle, concorre in misura determinante al benessere della persona. Le fibre naturali, sia di origine vegetale (cotone, canapa, lino) che animale (lana, seta) assolvono a queste funzioni in modo incomparabile.

Le fibre utilizzate per realizzare i pannolini sono di ottima qualità e viene garantita l’assenza di residui chimici. Per questi motivi crediamo che il sistema del pannolino naturale offra le migliori garanzie per il benessere globale del Vostro bambino.

Ecologico: una tonnellata di rifiuti in meno per ogni bambino

Forse non sapete che i pannolini usati da ogni bambino nei primi 2,5 anni di vita producono una quantità di rifiuti pari a circa una tonnellata.

I pannolini usa e getta sono altamente inquinanti. Non solo sono difficilmente smaltibili (necessitano di circa 500 anni per decomporsi) ma già nella fase produttiva consumano un’enormità di preziose risorse naturali (energia, acqua, polpa di legno).

Inoltre la loro produzione necessita di ingenti quantità di prodotti chimici (plastica, idrogel, ecc). Le discariche non forniscono le condizioni necessarie per la decomposizione dei pannolini. In effetti, nel tempo, i pannolini si mummificano mantenendo inalterati peso, volume e forma.

Le feci umane inoltre possono contenere agenti patogeni dannosi per l’umanità (ad esempio, il virus della polio contenuto nelle feci dei bambini vaccinati contro la polio), veicolabili attraverso animali roditori, gli insetti o gli uccelli o attraverso l’acqua, se le falde acquifere vengono contaminate.

Bambini e sole: come evitare spiacevoli scottature!

La domanda che molte mamme si pongono in questo periodo dell’anno è: “a che età è sicuro cominciare ad usare prodotti solari per il mio bambino?”. Fino a qualche anno fa sembrava che non tutti fossero concordi sull’uso di solari protettivi su bambini fino a 6-7 mesi, in quanto non tutti i prodotti assicuravano di essere stati testati per questo tipo di età.

Anche se adesso molti dei prodotti in commercio contengono sostanze non dannose per le pelli delicate dei più piccoli, il modo migliore per proteggerli dai raggi solari rimane quello di tenerli all’ombra di un albero o sotto l’ombrellone e di coprire i bambini con vestiti adeguati, quali magliettine di lino o cotone e cappelli che li riparino anche durante le brevi esposizioni.

Il rischio di usare solari a protezione alta è quello che questi prodotti, a causa degli agenti chimici di cui sono composti, possano provocare reazioni allergiche o irritazioni una volta assorbiti dalla pelle, anche se il loro scopo è di creare una barriera protettiva verso i raggi del sole. Non c’è prova che le creme solari siano dannose o tossiche , ma è sempre bene ricordare che un bimbo di 6 mesi ha la pelle molto delicata e predisposta a qualsiasi tipo di sollecitazione esterna, per cui non è facile prevedere come possa reagire a prodotti di questo genere.

Se il bambino è già abbastanza grande per sopportare brevi esposizioni, ma lo si vuole comunque proteggere dagli effetti dannosi del sole, è bene osservare alcuni piccoli accorgimenti. Ricordate ad esempio che è sempre meglio non riutilizzare prodotti solari dell’anno precedente, anche se la confezione riporta una data di scadenza superiore e il prodotto si presenta con una consistenza ed un colore normali.

I pochi Euro che sarete riuscite a risparmiare non acquistando una nuova confezione potrebbero non rivelarsi una vantaggiosa economia se avranno comportato una spiacevole scottatura per il vostro piccolo!

Se la vostra preoccupazione invece riguarda il fatto che vostro figlio mette costantemente in bocca le manine dopo che gliele avete accuratamente spalmate di crema protettiva, potete tranquillamente evitare che ingerisca sostanze nocive utilizzando prodotti non chimici e quindi assolutamente sicuri per il piccolo. Un bambino in media mette in bocca le mani 64 volte in un’ora. Questo basta a convincere chiunque ad adottare poche piccole precauzioni!

Cure quotidiane: “il bagnetto”

La completa cicatrizzazione dell’ombelico, in genere dopo una settimana dalla caduta del moncone ombelicale dà il via libera al bagnetto. Anche se non c’è un momento ideale per fargli il bagno, l’esperienza consiglia di compiere questo rito prima del penultimo pasto della giornata, vale a dire verso le 8 di sera: l’effetto rilassate può essere sfruttato per il riposo notturno.

E’ importante che abbiate tutto a portata di mano: una spugna o un guanto morbido, un asciugamano caldo per avvolgerlo.

Il sapone? E’ importante scegliere un sapone neutro, poco aggressivo: fino a tre mesi, infatti, la pelle del bambino è molto sottile e il suo strato superficiale non ha ancora un’efficace barriera protettiva.

Controllate la temperatura dell’acqua: all’inizio può esservi utile un termometro per capire se è intorno ai 37-38 gradi. Poi, riuscirete a capirlo semplicemente immergendo il gomito nell’acqua. Comunque vi regoliate, non fate mai scorrere l’acqua quando il bambino è già nella vasca: potreste rischiare di scottarlo, se l’acqua è troppo calda o raffreddarlo con un getto gelato.

Immergete il piccolo gradualmente, ricordate che il bimbo si sente insicuro e impaurito quando è nudo, perciò tenetelo saldamente, appoggiando il dorso e la testa sul vostro avambraccio sinistro e sostenendogli la spalla e il braccio con la mano avrete così la mano destra libera per lavargli viso, collo, torace, genitali e gambe. Girate quindi il piccolo, appoggiandolo sul vostro braccio e pulite schiena e sederino.

Dopo il bagno, avvolgetelo nell’asciugamano tamponandolo delicatamente per asciugarlo: aspettate qualche secondo prima di scoprirlo di nuovo, controllate che sia ben asciutto e rivestitelo.

Il singhiozzo: cosa fare?

Dapprima, non preoccupatevi: il singhiozzo è un fenomeno naturale e non doloroso per il vostro bambino.

Capita ad ogni età e è frequente che i feti singhiozzino già nel ventre della loro mamma. Se il bebè singhiozza dopo avere finito il suo biberon, è semplicemente perché ha assorbito troppa aria o bevuto troppo velocemente.

Dunque niente panico: è soltanto passeggero. Coccolatelo, portatelo a spasso per casa, passerà naturalmente. Infine, come rimedi provare le tettine anti-aerofaghe che si vendono in farmacia e che permettono di regolare più facilmente il flusso del latte.

Badate che la tettina sia sempre molto piena di latte affinché il bebè non inghiotta dell’aria. Non interrompete il pasto del bebè se ha il singhiozzo, poiché sovente questo passa durante la poppata.

La medicazione dell’ombelico

Quando il neonato è ancora nell’utero della mamma, viene nutrito mediante i vasi sanguigni del cordone ombelicale. Subito dopo la nascita, il medico lo lega e lo taglia vicino al corpo del bambino. Il moncone che resta si dissecca e finalmente cade. Ciò accade prima che il bambino lasci l’ospedale, ma a volte bisogna aspettare anche tre settimane.

Quando il cordone cade, rimane una zona infiammata che impiega alcuni giorni per guarire. Questa zona deve essere tenuta asciutta e pulita, perché i germi non la infettino.

Ecco alcune semplici e veloci operazioni, indispensabili per prevenire le infezioni e per permettere una completa cicatrizzazione:

  1. mettere il neonato sul fasciatoio e afferrandogli con delicatezza i piedini cercate di spostare la retina elastica dal petto;
  2. imbevere con qualche goccia d’alcol un batuffolo di cotone, disinfettare e pulire accuratamente la pelle circostante;
  3. imbevere con qualche goccia di neomercurio cromo un batuffolo di cotone e disinfettare il moncone che, in questo modo, accelera il suo processo di disseccamento;
  4. dopo aver disinfettato con cura, avvolgere il cordone con una garza sterile che protegge il moncone;
  5. dopo aver sistemato accuratamente la garza bisogna risistemare la retina che tiene fermo il tutto;
  6. ora è possibile rimettere il pannolino prestando attenzione che non stringa in vita.

È utile ripetere queste operazioni in modo scrupoloso e ogni volta che viene fatto il cambio del pannolino, escluse le ore notturne. E ogni volta che è possibile, occorre lasciare il bebè a pancia nuda, perché l’aria asciughi la ferita.

La cura del cordone dura pochi attimi ma è necessaria per il bambino.

Bagni al mare, ma con la giusta attenzione

Durante la vacanza al mare, può accadere che, dopo pochi giorni di bagni o immersioni, si scateni un forte dolore all’orecchio, spesso ad entrambi, con sensazioni di ovattamento e sordità. Tale fenomeno prende il nome di otite esterna, caratterizzata da infezione della delicata e sottile cute che riveste il condotto uditivo esterno e la membrana timpanica.

Ma qual è la causa di tale infezione?

In condizioni normali, la cute è ricoperta da uno strato di sostanza grassa acida, che nel condotto uditivo è coadiuvato dalla secrezione delle ghiandole del cerume che, a contatto con l’acqua si gonfia e si scioglie. A supportare l’infezione sono alcune situazioni quali: bagni prolungati; un’elevata umidità; un utilizzo improprio dei bastoncini per la pulizia dell’orecchio.

Quali precauzioni si possono prendere?

Per prima cosa, non bisogna effettuare continue manovre di pulizia del condotto uditivo che rimuovono il cerume e possono provocare lesioni alla cute trasformandola in una porta di accesso per l’infezione. I bagni non devono essere troppo prolungati, non bisogna usare sapone per detergere l’orecchio che viene inevitabilmente deterso troppo da bagnoschiuma e shampoo.

Utile espediente può essere quello utilizzato dai nuotatori che, prima e dopo il bagno, usano alcune gocce di soluzione acidificante per prevenire l’alterazione di pH. Chi è soggetto ad accumulo di cerume con conseguente formazione di tappi è bene che si rivolga ad uno specialista, che provvede alla rimozione senza provocare alcun tipo di abrasioni.

Una condizione che sconsiglia nel modo più assoluto il bagno è l’otite cronica, caratterizzata da una perforazione della membrana timpanica che, sebbene silente, al contatto con l’acqua di mare può scatenarsi.

Per evitare la penetrazione dell’acqua è possibile utilizzare un particolare tipo di tappo che viene realizzato mediante un’apposita impronta. Chi volesse risolvere tale problema in modo radicale e, alla chiusura della perforazione della membrana timpanica, può sottoporsi all’intervento chirurgico di timpanoplastica.

Farmaci senza sperimentazione? Bambini a rischio!

Oltre il 50% dei farmaci che vengono somministrati ai bambini europei non sono mai stati sperimentati su di loro, né sono stati mai autorizzati per l’uso in pediatria. Di questa situazione si sta occupando la Commissione europea, la quale di recente, ha redatto un documento di consultazione, ‘Better medicines for children’ (Medicine migliori per bambini), per dare il via ad un iter che dovrebbe concludersi con un atto normativo.

Si tratta, in sostanza, di una serie di considerazioni sulla carenza di sperimentazione in pediatria e dei rischi che questo comporta.

Quali rischi potrebbe correre un bambino nel momento in cui gli venissero somministrati farmaci sperimentati solo sugli adulti?

Una somministrazione ‘off-label’, cioè uso del farmaco diverso da quanto previsto dalla licenza, può comportare rischi. Il bambino, non è un adulto in miniatura ma un organismo in crescita, con un metabolismo differente da quello di un uomo o di una donna.

Per questa ragione non basta rettificare il gusto di un medicinale per rendere un principio attivo adatto ai piccoli, ne è sufficiente ridurre la dose per ottenere l’effetto terapeutico desiderato. Anzi, siccome i bambini consumano più di noi, un sottodosaggio può rendere inefficace una terapia e privare il piccolo paziente della possibilità di guarire.

Un sovradosaggio, invece, può essere alla base di reazioni cutanee che vanno dal semplice ‘rush’ cutaneo a fenomeni allergici gravi che in qualche caso possono richiedere il ricovero. Purtroppo sul mercato ci sono pochi farmaci per i quali c’è una vera formulazione pediatrica ottenuta da sperimentazioni controllate sui bambini, si tratta in genere di antifebbrili, antibiotici, vaccini ecc.

Il pediatra dovrebbe tendere ad affidarsi a farmaci che conosce bene, di cui ha esperienza, e ad usare con oculatezza prodotti innovativi.

La pediatria a misura di bimbo

Sono tante le ragioni che possono portare un bimbo in ospedale, per una visita o un breve ricovero, dal semplice controllo specialistico ad un piccolo incidente, da un disturbo da tenere sotto controllo ad un intervento chirurgico. Ma un bambino non è un paziente come tutti gli altri, ha bisogno di cure specializzate e di un ambiente sereno, tranquillo e amichevole, costruito a sua misura. Tutto ciò, oggi come oggi, lo si può trovare in quasi tutte le strutture ospedaliere o negli ambulatori che operano con i più piccoli.

La nuova tendenza, infatti, è quella di curare un bimbo, facendolo stare a suo agio, facendolo divertire, senza fargli pesare la malattia. Un tempo, infatti, gli ospedali erano concepiti come centri di diagnosi e cura;oggi si tiene conto delle esigenze psicologiche del paziente, specie se si tratta di un bambino.

Negli ultimi anni, parecchi centri pediatrici hanno attrezzato spazi destinati al gioco e all’incontro per permettere ai piccoli ospiti di ritrovare le esperienze a loro familiari e di non perdere i contatti con la vita quotidiana. Quali caratteristiche deve avere un ospedale a misura di bambino? In primo luogo è necessario uno spazio all’aria aperta, un ambiente naturale, come un giardino o un parco: serve a prendere le distanze dall’atmosfera del reparto.

E’ necessario che in ospedale ci sia la scuola: servono classi normali per i bambini che possono alzarsi e insegnanti che seguano i piccoli pazienti che devono stare a letto. Cosa molto importante è che ci siano camere a due letti, per accogliere il bimbo con la mamma o il papà in un ambiente raccolto e riservato.

Per lo stesso motivo le camere devono essere arredate con oggetti familiari, con colori allegri e vivaci: condizioni che influiscono sull’umore dei pazienti e li aiutano a guarire più in fretta. C’è però un aspetto importante che spesso, soprattutto negli ospedali italiani, viene trascurato: il fatto che vengono ricoverati tanti adolescenti e che non si sentono a loro agio in spazi progettati per i più piccoli.Bisognerebbe pensare anche alle loro esigenze, con attività e locali specifici.

Gli ambulatori pediatrici o specialisti che ospitano i più piccoli devono trasmettere tranquillità al bimbo che li frequenta, e quindi dovrebbero essere colorati e decorati con disegni che rappresentano i cartoni animati, così come i camici degli infermieri.

Nella maggior parte delle strutture e dei reparti riservati ai bambini, da anni ormai medici e infermieri sono affiancati da volontari, ma anche da personale altamente qualificato, arterapeuti e fisioterapisti che, attraverso diverse tecniche, dal gioco alla musica, da piccoli laboratori di manualità al teatro, aiutano i bambini a continuare e, anzi, arricchire il proprio percorso di crescita, nonostante la malattia.

Il compito di questi operatori, infatti, è quello di offrire ai piccoli momenti di svago, ma anche la possibilità di esprimere i propri pensieri ed elaborare così l’esperienza che stanno vivendo. Non solo. Gli animatori diventano punto di riferimento affettivo per i bimbi, e creano un legame prezioso che dà un po’ di tranquillità ai genitori, spesso preoccupati e impegnati a discutere con i medici.

E’ confermato che la capacità dei bambini di reagire alla malattia aumenta quando vengono seguiti da operatori-clown, quando si organizzano spettacoli di burattini in corsia, quando è presente una ludoteca in ospedale e anche quando si organizzano feste di compleanno per i bimbi che lo festeggiano in reparto.

Influenza, i medicinali per il piccolo

Influenza, i medicinali per il piccolo

CON UN POCO DI ZUCCHERO….
La stagione invernale, si sa, è portatrice di malanni e, proprio in questi giorni, l’influenza imperversa in scuole e uffici colpendo soprattutto i più piccoli. Se il vostro bambino ha preso l’influenza e non avete ancora molta esperienza su come somministrare i farmaci al piccolo, troverete in questo articolo dei piccoli consigli pratici per sentirvi più sicuri ed evitare qualche errore grossolano.

Vi ricordiamo comunque che è buona norma controllare sempre la data di scadenza e leggere attentamente il foglietto illustrativo.

SEPARATO DAL BIBERON
A volte viene la tentazione di aggiungere le medicine al contenuto del biberon, ma questo è un errore da evitare almeno per due motivi. Se aggiungete la medicina nel biberon e poi il bimbo non lo berrà per intero, una parte della medicina rimarrà nel biberon e il bambino non avrà ingerito la dose di medicinale prescritta dal pediatra.

In secondo luogo, dobbiamo tenere presente che le sostanze necessarie alla digestione del latte potrebbero interferire con l’assimilazione del medicinale, quindi l’ideale sarebbe somministrare le medicine due ore dopo l’ultimo pasto o mezz’ora prima del successivo, in modo che il bimbo abbia lo stomaco vuoto.

Fanno eccezione i medicinali che irritano il tratto intestinale e vanno assunti subito prima o dopo i pasti, se avete dei dubbi potete consultare il vostro pediatra.

SCIROPPO
Dato che lo sciroppo è un liquido e va dosato volta per volta, è preferibile che ci sia un misurino a cui fare riferimento, in ogni caso, controllate esattamente la dose del medicinale prima di passare alla somministrazione. Avete diverse possibilità: potete usare una siringa (da acquistare in farmacia), un contagocce o uno speciale ciuccio per la somministrazione dei farmaci.

Se è tardi e non avete niente in casa, potete provare con un cucchiaino da appoggiare sulle labbra del piccolo in modo che ne ingerisca il contenuto. Se il bimbo ha lo sciroppo in bocca ma tarda a deglutirlo, provate a dargli il suo ciuccio, così succhiando lo ingoierà.

GOCCE
Le gocce sono generalmente prescritte per problemi naso, agli occhi o alle orecchie. Se il tiro al bersaglio non è mai stato il vostro forte, ma non volete ricorrere alla camicia di forza, bisogna escogitare qualcosa.

Naso
Sdraiate il bambino, girate la testa di lato e fate cadere le gocce nella narice che si trova in alto. Ripetete con l’altra narice e poi lasciatelo sdraiato per un po’. Se il bimbo si agita, potete chiedere l’aiuto di una persona che vi tenga ferma la testa mentre voi portate a termine la missione.

Orecchie
Le gocce nelle orecchie risultano fastidiose ai piccini soprattutto per la loro temperatura. Chiedete al vostro medico se è possibile scaldare leggermente le gocce a bagnomaria in modo da renderle tiepide ed evitare la sensazione di freddo che infastidisce il piccolo. Una volta inserite le gocce, lasciate agire per qualche minuto e poi procedete con l’altro orecchio. Se gli orari della somministrazione ve lo consentono, potete approfittare del sonno del bambino.

Se invece dovete ricorrere a qualche forma di immobilizzazione, potete adagiare la testa del bambino sul seno, fermare un braccio nell’incavo ascellare e fate cadere le gocce con l’altra mano. Dopo tanta fatica, tirate un po’ l’orecchio verso l’esterno in modo da favorire la discesa della medicina verso l’interno.

Occhi
Rassegnatevi: questa volta, per centrare l’obiettivo avrete sicuramente bisogno di qualcuno che vi aiuti. Voi userete le mani per il contagocce e per spostare la palpebra del bambino, ma probabilmente avrete bisogno di qualcuno che vi aiuti a tenere ferma la testa e le mani del piccolo.

Non fate cadere le gocce sull’occhio, perché rischiate di vederle subito scivolare via come lacrime, cercate invece di spostare delicatamente verso il basso la palpebra inferiore depositando le gocce in quella insenatura.

SUPPOSTE
Sono molto frequenti in questo periodo perché sono prescritte soprattutto come antipiretici. Tenete presente che potete inserirle con la punta verso l’interno o l’esterno ma se tenete il sederino chiuso, non dovrebbe uscire. Se questo dovesse accadere subito dopo la somministrazione, mettetene un’altra.

Quando il bimbo è piccolo, sdraiatelo a pancia in su, afferratelo delicatamente per le caviglie, sollevate il sederino e inserite la suppostine, dopo tenete chiuse le natiche per un pò. Se il bimbo è più grande, forse vi sarà più facile mettendolo a pancia in giù, separate le natiche con una mano mentre con l’altra introducete la supposta. Non usate vaselina perché sono già abbastanza lubrificate.

INFLUENZA

Di cosa si tratta
L’influenza è di un’infezione virale che colpisce naso, gola, trachea e bronchi e che si presenta sotto forma di epidemia annuale.

Riconoscere i sintomi
Naso chiuso, mal di gola, tosse secca.
Dolori muscolari, mal di testa, febbre, brividi, insolita sensazione di freddo.

Primo trattamento

Febbre e dolori muscolari
Somministrare paracetamolo ogni 4 – 6 ore al dosaggio appropriato in base al peso del bambino.

Tosse e raucedine
Se la tosse interferisce con il sonno somministrare un sedativo della tosse. Umidificare l’aria.

Mal di gola
Possono essere utili gargarismi con la soluzione salina (un cucchiaino da caffè di sale da cucina in un bicchiere d’acqua) o di bicarbonato (alla stessa dose).
Offrire una dieta semiliquida.

Naso chiuso
Fare dei lavaggi nasali con soluzione fisiologica. Nei casi più resistenti usare delle gocce nasali contenenti vasocostrittori.
Le gocce nasali contenenti vasocostrittori non devono essere utilizzate per più di cinque giorni, dal momento che queste sostanze possono irritare e rendere più congesta la mucosa nasale. Umidificare l’ambiente (preferibilmente con un umidificatore ad ultrasuoni).

Prevenzione
A causa delle lievi, anche se frequenti, complicanze (febbre, faringite nel 10 – 20% dei casi) il vaccino antinfluenza non è raccomandato nei bambini sani, ma solo in quelli affetti da malattie croniche (asma, fibrosi cistica, cardiopatite congenite).

Consultare il pediatra
Se il bambino presenta dolore all’orecchio o a livello frontale o mascellare.
Se il bambino presenta una secrezione nasale giallastra che dura più di 24 ore.
Se la febbre dura più di tre giorni.

Sintomi di allarme
La respirazione diviene difficoltosa.
La tosse diviene produttiva (con muco).
Il bambino presenta un’alterazione dello stato di coscienza.

Cosa non fare
Somministrare salicilati, in ragione della possibile associazione con la Sindrome di Reye (malattia che interessa fegato e sistema nervoso con alterazione della coscienza).
Somministrare arbitrariamente antibiotici.
Forzare il bambino a mangiare, è normale un calo dell’appetito.
Coprire eccessivamente il bambino, serve solo a far aumentare la febbre.

L’iperattività, impariamo a conoscerla

L’iperattività si manifesta in un bambino generalmente di intelligenza del tutto normale, ma che presenta un basso livello di attenzione, un eccesso di impulsività ed iperattività.

L’Associazione Psichiatrica Americana, riconosce l’iperattività in una bambino quando sono chiaramente evidenti almeno otto dei seguenti comportamenti:

– Irrequietezza motoria degli arti inferiori, superiori e di tutto il corpo
– Non riesce a rimanere seduto
– Si distrae con facilità
– Non riesce a rispettare il proprio turno durante il gioco di gruppo
– Dà risposte ancor prima che le domande siano state completate
– Trova difficoltà nell’eseguire indicazioni che gli vengono fornite, non per opposizione, né per difficoltà di comprensione
– Lascia spesso il lavoro incompleto per dedicarsi ad altra attività
– Non riesce a giocare in maniera tranquilla
– Parla troppo
– Interrompe frequentemente gli altri nei loro discorsi e nelle loro attività
– Sembra che non ascolti quello che gli viene detto
– Spesso perde le cose necessarie per svolgere le proprie attività
– Spesso si dedica ad attività fisicamente pericolose

A causa della mancanza di attenzione, può sembrare che il bambino apprenda in ritardo le abilità di lettura e di scrittura.

I bambini iperattivi che ricevono precocemente tutto l’aiuto di cui hanno bisogno, saranno degli adulti del tutto normali, senza alcun problema di inserimento sociale, personale o professionale. Anzi, un bambino iperattivo può divenire, se ha imparato a sfruttare la propria energia, un adulto molto dinamico ed attivo.

Tra i fattori di rischio che scatenano l’iperattività in un bambino vi sono:

– Familiarità per la sindrome da deficit di attenzione con iperattività
– Storia familiare di alcoolismo
– Presenza di una madre con problematiche depressive
– Sovraffollamento familiare
– Conflitti tra genitori e conseguente incapacità a stabilire regole di comportamento

Negli Usa, come in molti paesi anglosassoni, si utilizza, oltre ad intervento terapeutico di tipo psicopedagogico, una terapia farmacologica con il metilfenidato. Tale farmaco (non disponibile in Italia) permette di migliorare significativamente la capacità attentiva, ridurre i comportamenti impulsivi e l’ iperattività.

Dal punto di vista psicologico si può fare molto per aiutare il bambino iperattivo, sia in famiglia che a scuola.

Il bambino va innanzitutto accettato e compreso per quello che è e non trattarlo come totalmente sbagliato o interpretare ogni suo comportamento problematico come un affronto personale. Bisogna anzi evidenziare anche le sue più piccole cose positive ed i minimi progressi, per quanto banali, che compie.

I comportamenti problematici che non sono pericolosi vanno ignorati, mentre devono essere incoraggiati i comportamenti e gli atteggiamenti più tranquilli e riflessivi.

I genitori dovranno, poi, stabilire di comune accordo delle regole e farle rispettare. Il modo di parlare al bambino deve essere calmo e, senza urlare, bisogna dirgli con fermezza che cosa fare occorre essere precisi ed usare termini ed espressioni in positivo.

Non di deve sgridare il bambino davanti agli altri, nè parlare male di lui ad altri. Bisogna prendere il bambino da solo e spiegargli le cose con calma e con tono deciso

Offrire un modello di comportamento pacato e riflessivo e quindi abbandonare eccessivi scatti di rabbia o di nervosismo. Il bambino deve avere la possibilità di capire come affrontare determinate situazioni e in che modo risolverle. E’ molto utile verbalizzare tutti quei discorsi che noi ci facciamo dentro per insegnargli ad affrontare i problemi.

“Oh no, ho scolorito una maglietta in lavatrice…..bene, debbo stare calma….ora vedo di riparare come posso….devo andare al supermarket e prendere il prodotto che mi consentirà di tingerla di uno nuovo colore…..” e così via. L’adulto, parlando ad alta voce, offre al bambino un modello comportamentale importantissimo attraverso una strategia razionale di problem-solving.

Bisogna inoltre dare il giusto peso all’attività fisica: sono molto adatti gli sport di squadra che insegnano a mettere a freno l’impulsività in favore di un risultato collettivo e gli sport che insegnano il self-control.

Autismo, un mistero tutto da decifrare

La caratteristica più evidente è l’isolamento: i bambini autistici spesso non rispondono al loro nome, evitano lo sguardo e appaiono inconsapevoli dei sentimenti altrui e della realtà che li circonda. L’autismo è un drammatico disturbo dello sviluppo, uno degli handicap meno noti e che, secondo le stime più recenti, colpisce 2 persone su 1.000.

L’autismo si manifesta nei primissimi anni di vita e intacca la capacità di comunicare, il linguaggio e l’apprendimento e si accompagnano spesso una serie di sintomi (talvolta si associa a disturbi neurologici aspecifici, come l’epilessia, o specifici, come la sclerosi tuberosa, la sindrome di Rett o la sindrome di Dow) e comportamenti problematici che rendono la vita dei genitori dei ragazzi autistici un vero calvario.

Poco si sa sulla sua origine, ma, messa da parte l’idea di una causa psicologica, si propende per l’ipotesi di problemi neuro biologici e neuro evolutivi di varia natura (alcune volte riconducibili ad una vulnerabilità genetica), che innescano un mare di complicati problemi cognitivi, affettivi e relazionali. In ogni caso, sembra che non vi sia una singola causa, ma molteplici geni e fattori ambientali, come virus o sostanze chimiche, possono contribuire a determinare il disturbo autistico.

Studi su persone autistiche hanno riscontrato anomalie in diverse strutture cerebrali che sembrerebbero suggerire una interruzione nello sviluppo cerebrale in una fase precoce della vita intrauterina.

Nonostante negli ultimi decenni vi siano stati importanti progressi nelle conoscenze e negli interventi sull’autismo, in Italia la situazione è arretrata e la condizione dei bambini autistici e dei loro familiari è piuttosto drammatica. L’informazione sulle tecniche e sugli interventi riabilitativi e psicoeducazionali specifici è quasi inesistente e, ammesso che vi sia, l’integrazione scolastica è spesso fallimentare e confusa.

Dopo l’infanzia e l’adolescenza, poi, finiti i tentativi di integrazione scolastica, la condizione delle persone autistiche (e dei loro familiari) è più disperata a causa della crescita delle pressioni sociali, della diminuzione della tolleranza sociale e del vuoto che l’adulto autistico ha davanti per quanto riguarda le conoscenze, gli interventi, e le strutture. I pochi centri esistenti sono per lo più generici contenitori di handicap di tutti i tipi nelle quali non può essere condotto alcun intervento specifico.

Gli autistici, anche quelli meglio trattati e seguiti, non raggiungono nell’età adulta un grado sufficiente di autonomia e di capacità sociale, nell’80% dei casi; progressi ed acquisizioni potranno essere raggiunti, che modificano in misura notevole la qualità di vita possibile dell’adulto autistico; ma la quasi totalità degli autistici avrà comunque bisogno, per sempre, di un contesto di vita protetto e facilitato.

E’ certo, però, che, quando è garantito un contesto di vita stabile, organizzato, affettuoso e tollerante, in considerazione delle caratteristiche e delle difficoltà presenti, e con una continua tensione abilitativa e riabilitativa, gli adolescenti e gli adulti autistici percorreranno un loro singolare ma importante sviluppo di capacità e competenze ad espressione della loro preziosa umanità.

L’assenza di tutto questo, invece, segna il destino delle persone autistiche e le loro condizioni di vita saranno miserevoli.

Un controllo diagnostico è opportuno in presenza di almeno sette di queste caratteristiche:

•difficoltà a stare con altri bambini
•impressione di sordità o difficoltà visive
•difficoltà di apprendimento
•incoscienza per i pericoli reali
•opposizione ai cambiamenti
•mancanza dei sorriso e della mimica
•iperattività fisica accentuata
•non guarda negli occhi
•attaccamento inappropriato agli oggetti
•ruota gli oggetti
•persevera in giochi strani
•atteggiamento fisico rigido
•ridotta sensibilità al dolore, che può contribuire a determinare sintomi comportamentali, come la resistenza ad essere abbracciati.

Balbetta, aiutalo a parlare

Se tuo figlio balbetta non ti devi disperare, il problema non è grave e spesso si risolve con la semplice pazienza e magari dedicando delle attenzioni maggiori al proprio piccolo. Fino a 5/6 anni non è il caso di allarmarsi perché il fenomeno tende a scomparire da solo.

La balbuzie è un disordine nel ritmo della parola, nel quale si sa con precisione ciò che si vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non si è in grado di dirlo a causa di involontari arresti, ripetizioni o prolungamenti di un suono. Vi è dunque una componente psicologica ed una componente pneumo-fono-articolatoria.

Nessun bambino nasce con il problema della balbuzie ed è assolutamente normale per un bambino di pochi anni avere qualche difficoltà nel coordinarsi verbalmente.

E’ verso i tre/quattro anni che i bambini manifestano le prime imperfezioni nella fluenza verbale, con ripetizioni o prolungamenti di suoni. Tali imperfezioni nella parola, chiamate dis-fluenze, possono essere del tutto normali e generalmente, con il passare del tempo, tendono a scomparire naturalmente.

I bambini maschi con problemi di balbuzie sono molto più numerosi delle bambine, con un rapporto di circa 6 a 1.

Tipologie di balbuzie

Forma Clonica: ripetizione di una o più parti iniziali, interne o finali di una parola. E’ solitamente la forma più frequente con cui la balbuzie si manifesta nell’età infantile. I bambini, esuberanti ed espansivi, seppur ripetendo frequentemente alcune sillabe o vocali, riescono quasi sempre a concludere il loro discorso, relazionandosi con gli altri senza grandissimi problemi.

Forma Tonica: si manifesta all’inizio della parola con difficoltà di pronuncia e, nei casi più severi, comporta un vero e proprio “blocco” nella fluenza verbale del bambino. I bambini, introversi ed emotivi, in alcune situazioni di particolare stress ed imbarazzo non riescono a proseguire o a portare a termine il discorso iniziato.

Forma Palilalica o Mista mix delle due forme precedenti caratterizzata dalla presenza di prolungamenti, tonicità e ripetizioni cloniche.

Van Ripen classifica due tipi di balbuzie:

Balbuzie Primaria: insorge molto presto (3 anni), interessa singole sillabe o consonanti, ma non si accompagna quasi mai a fenomeni emotivi. In tale fase il bambino ha difficoltà ad esprimete un pensiero e a proseguire il discorso iniziato.

Balbuzie Secondaria: insorge intorno ai sei/sette anni quando il bambino diventa consapevole del suo problema e non riesce ad sempre ad evitarlo, manifestando sentimenti di timore e di ansia.

Al terapeuta conviene ricorrere solo se il disturbo del proprio figlio dovesse con il tempo proseguire e si dovesse essere già ben informati (libri, Internet, seminari) su che cos’è la balbuzie, quali sono gli Enti e le Organizzazioni che si occupano di balbuzie e quali sono gli Istituti italiani accreditati da tali organismi internazionali e quale esperienza nel campo.

Il raffreddore, conoscerlo per non temerlo

Con l’avviarsi della stagione autunnale aumentano i rischi che vostro figlio si prenda il raffreddore, quel noto stato di malessere generale che affligge tanto spesso anche gli adulti.

Essendo grande la varietà di virus del raffreddore presenti nell’ambiente, non va via con gli antibiotici e non esistono farmaci in grado di curarlo con efficacia, ma è solo possibile alleviarne i disturbi ad esso collegati.

Nei bambini sotto i tre anni non si devono impiegare medicinali contenenti canfora e mentolo (nemmeno quelli in pomata da spalmare sul petto), perché potrebbero creare complicazioni anche serie.

Le gocce nasali, che riducono l’infiammazione, devono essere usate solo nei casi di estrema necessità, perché l’uso ripetuto potrebbe arrecare danni ai turbinati. L’utilizzo di questi prodotti deve, inoltre, essere limitato come quantità (1-2 gocce per narice per un massimo di 3-4 volte al giorno) e come durata (non più di 2-3 giorni), e si tenga presente che un uso eccessivo nei bambini più piccoli può provocare un aumento della pressione del sangue e l’accelerazione del battito cardiaco.

Fare instillazioni o lavaggi nasali con soluzione fisiologica (2-3 gocce per narice), effettuare nel bambino con più di 3 anni degli aerosol con soluzione fisiologica tiepida.

Come norma igienica, usare fazzoletti di carta per non diffondere il virus.

Far bere molto il bambino e fare attenzione affinchè l’alimentazione sia varia e ricca di frutta e verdura.

L’ambiente deve essere ben umidificato.

Il raffreddore è una malattia che guarisce da sola in 3-4 giorni, ma è bene ricordarsi che, al di là di tutte le accortezze possibili, le ricadute sono frequenti.

La stitichezza nel bebè

La stitichezza, o stipsi, ovvero la difficoltà ad evacuare, può essere un problema che può assillare anche un neonato. Premesso che un lattante può andare di corpo dopo ogni poppata o avere una sola evacuazione ogni 2 giorni, la stitichezza di solito non si presenta nei bambini allattati al seno.

Essa, nel bambino nutrito col biberon, è quasi sempre di origine dietetica: può essere scatenzata dall’aver somministrato troppo presto i cibi solidi o perché il latte artificiale non è stato adeguatamente diluito. In questi casi sarà sufficiente correggere gli eventuali errori alimentari.

Se il problema dovesse persistere, con il consenso del pediatra, si possono aggiungere al latte 1-2 gocce di olio d’oliva, oppure sciogliere il latte in polvere in un brodo di verdura.

Il pediatra valuterà poi la stimolazione rettale con termometri, sonde o bastoncini ovattati e comunque si tratta di rimedi che potranno essere provati per periodi limitati.

I lassativi, oltre a essere pericolosi, possono provocare fastidiosi dolori di pancia nel piccolo.

Il discorso cambia quando il bambino ha abbandonato i pannoloni: dopo i pasti si può provare a farlo sedere, per non più di 10 minuti, sul vasino che permette una posizione più corretta rispetto al gabinetto. La stitichezza può anche essere dovuto all’uso precoce del vasino: prima dei 2-3 anni il piccolo corre il rischio di “bloccarsi”.

Nel bambino più grandicello, oltre a dei fattori dietetici, subentrano difficoltà di natura psicologica ed in tal caso si consiglia di non darvi un peso eccessivo poichè il problema potrebbe così tendere a cronicizzarsi. Non è, infatti, da considerare “stitico” un bambino che non va di corpo tutti i giorni.

Se l’alimentazione varia ed è arricchita di frutta e verdura, con un’adeguata assunzione di acqua o altri liquidi, il pericolo della stitichezza nel bambino è pressoché inesistente.

Le fibre vegetali possono aumentare con alcuni alimenti per la prima colazione dal gusto gradevole come ad esempio i corn flakes, o i muesli e, solo in ultima analisi, sempre dietro consiglio medico, si può ricorrere all’uso di lassativi.

Se il piccolo ha l’acne

Un disturbo tipico delle prime settimane di vita che rovina un pò l’aspetto così roseo e tenero del vostro bambino, è lì’acne. Ma niente paura: si risolve in breve tempo e, soprattutto, senza cure.

Punti neri e bianchi, foruncoli e addirittura pustolette: anche i neonati possono soffrire di acne, proprio come capita agli adolescenti nel pieno dello sviluppo puberale. Gli inestetici segni della malattia della pelle possono addirittura fiorire dalla prima settimana di vita.

La causa è dovuta agli ormoni che si trovano nell’organismo del piccolo, anche se non si tratta della tempesta ormonale che caratterizza lo sviluppo, ma del regalo di mamma al bimbo quando era nel pancione. La loro azione, comunque, è transitoria e momentanea e la pelle è destinata a riacquistare la perfezione.

L’acne colpisce il 20% dei neonati e ha le stesse caratteristiche dell’acne giovanile.

Tutto comincia dalle ghiandole sebacee, i piccoli corpuscoli all’interno della pelle che producono il sebo, il grasso che lubrifica e nutre la cute. Il condotto comunicante con l’esterno si può otturare e così compaiono punti bianchi e neri. I primi sono piccole cisti simili alla testa di uno spillo, quelli neri sono veri e propri tappi nerastri.

Ma il disturbo può progredire ulteriormente e sulla pelle compaiono foruncoli rossastri (detti papule) che possono addirittura infettarsi e riempirsi di pus. Si localizzano soprattutto al viso, ma anche sulle spalle e sulla schiena, proprio come avviene per gli adolescenti.

Tra le cause abbiamo accennato agli ormoni materni, ma alcuni ricercatori pensano che non siano del tutto colpevoli, in quanto a volte l’acne può comparire anche alla fine del primo mese di vita, quando l’organismo si è ormai liberato dagli androgeni passati dalla mamma.

Foruncoli e pustolette sono probabilmente dovuti anche ad un’attivazione del sistema endocrino (quello delegato a produrre ormoni)del piccolo. E’ come se facesse le prove generali per verificare il suo funzionamento,ma per poco,perché è pronto a rispegnersi in attesa dell’età puberale,quando entra veramente in azione.

L’acne è solo un problema estetico: quella neonatale, infatti, non rappresenta alcun rischio per il benessere della pelle del bebè. E soprattutto è destinata a risolversi da sola nel giro dei primissimi mesi di vita.

Non è necessaria quindi alcuna cura, se non le accortezze solite che merita la pelle di un bambino. Va detersa con oli o detergenti delicati per l’igiene dei bebè, tamponata con un asciugamano morbido e non frizionata.

E’ inutile far indossare al bimbo i guantini di cotone per evitare che si gratti: i foruncoletti non sono pruriginosi e non c’è pericolo che toccandoli si propaghi l’infezione. Bisogna quindi attendere che scompaiano da soli, senza stuzzicarli o strizzarli: come per gli adulti non vanno assolutamente toccati.

La pertosse. Che cos’è e come si cura

CHE COS’E’

Conosciuta anche come ‘tosse canina’ o ‘tosse convulsa’, la pertosse è una malattia infettiva causata da un batterio, la Bordetella pertussis,che colpisce l’apparato respiratorio. Può essere trasmessa a persone di qualsiasi età, ma è particolarmente pericolosa per i neonati,che non essendo in questo caso protetti dagli anticorpi materni, possono venire contagiati entro i primi sei mesi di vita.

La pertosse è una malattia contagiosa, la cui massima incidenza si ha in inverno. Il periodo di contagio è abbastanza lungo e può durare anche 3-4 settimane, anche se si contagia di più quando la tosse è più catarrale.

La legge italiana prevede un periodo di isolamento di sette giorni dall’inizio della cura farmacologia, una cura a base di antibiotici,che se somministrata dall’inizio, riduce notevolmente la contagiosità della malattia, fino ad annullarla in cinque giorni.

COME SI MANIFESTA

Il primo sintomo di della malattia è la tosse che compare dopo 7-10 giorni di incubazione. In questa prima fase la tosse è catarrale e concentrata nelle ore notturne; progressivamente diventa più secca e il bambino comincia a tossire anche di giorno.

Dopo due settimane inizia la fase acuta della malattia caratterizzata da tosse convulsa, con vere e proprie raffiche di tosse secca con fiato trattenuto,a cui fa seguito il tipico “urlo”,(da qui tosse canina), concentrata soprattutto nelle ore notturne.

Questi attacchi, che portano a tossire anche cinquanta volte al giorno,spesso si accompagnano a cianosi e a vomito. Dopo due settimane gli attacchi diminuiscono di intensità e di frequenza e comincia la fase di convalescenza.

LA CURA ADEGUATA

La pertosse è una malattia batterica e necessita quindi di antibiotici specifici per essere curata. L’antibiotico più indicato è di solito l’eritromicina da somministrare per quindici giorni. I farmaci per essere più efficaci devono essere somministrati alla comparsa dei primi sintomi, cioè nella fase di tosse catarrale. Per ridurre intensità e frequenza degli attacchi di tosse, il pediatra può prescrivere farmaci a base di cortisone,mentre scarsa è efficacia dell’uso di sciroppi sedativi.

Dato che la pertosse può avere complicazioni serie, soprattutto per i neonati (broncopolmonite e a volte encefalite),è consigliata fortemente la vaccinazione,che è facoltativa ma è associata a quelli obbligatori contro il tetano e la difterite, evitando così al bimbo una punturina in più.

CONSIGLI PER I GENITORI

Per ridurre la frequenza e l’intensità degli attacchi di tosse è importante tenere ben umidificata la cameretta del bambino; di notte è consigliabile che uno dei genitori dorma in camera col bambino per assisterlo durante gli attacchi convulsi. E’ opportuno offrire piccoli spuntini al bambino,anziché pasti completi,perché tossendo dopo aver mangiato potrebbe vomitare. Il lattante deve essere attaccato al seno dopo la fine di un attacco di tosse.

La varicella. Che cos’è e come si cura

CHE COS’E’

E’ una malattia infettiva contagiosa, appartenente alla famiglia degli Herpes virus. Si trasmette secondo le solite modalità o attraverso il liquido delle vescicole che costituiscono l’esantema stesso. E’ previsto un periodo di isolamento di almeno sette giorni a partire dalla comparsa dell’esantema. La durata del contagio, infatti, va da uno a due giorni prima della comparsa dell’esantema fino a sei giorni dalla sua scomparsa.

COME SI MANIFESTA

La varicella è, tra le malattie infettive, quella più facilmente riconoscibile. Dopo un lungo periodo di incubazione, infatti, e una fase di malessere diffuso, compare l’esantema, costituito da prurito e da macchioline rosse nel cui centro si forma una raccolta di liquido.

Quando il liquido si intorpidisce,le vescicole diventano pustole che, nella fase conclusiva, diventano croste. Dopo circa quattro giorni le croste si essiccano e cadendo lasciano chiazze bianche sulla pelle, le quali tendono a scomparire col tempo.

LA CURA ADEGUATA

Il pediatra non prescrive farmaci specifici contro la varicella ma solo per attenuarne i sintomi. In alcuni casi viene prescritto un antivirale, l’aciclovyr.

La terapia va iniziata alla comparsa dell’esantema: attenua i sintomi e facilita la guarigione. Esiste un vaccino contro la varicella ma è consigliato solo ai bambini a rischio, cioè ai neonati, a chi ha un problema immunitario o a chi soffre di malattie croniche.

Il vaccino è consigliato anche ai ragazzi con più di 12 anni che non hanno avuto la malattia durante l’infanzia, dato che se contratta in età adulta può determinare serie complicazioni.

CONSIGLI PER I GENITORI

Per attenuare il prurito occorre fare il bagnetto al bambino tutti i giorni. E’ importante tenere corte le unghie del bambino, perché a causa del prurito,grattandosi, potrebbe provocare lesioni che si potrebbero infettare.

E’ bene evitare i contatti tra il bimbo ammalato e le donne in attesa, poiché la varicella può essere trasmessa al feto tramite la placenta e può provocare complicazioni.

Anemia

Di cosa si tratta

Molto spesso il termine “anemia” è impiegato erroneamente come equivalente di “riduzione del numero di globuli rossi”. In realtà il parametro di riferimento è la concentrazione dell’emoglobina nel sangue, che si può agevolmente trovare leggendo l’esito di un importante esame di laboratorio, l’emocromo, prescritto dal pediatra in numerose occasioni, tra cui anche il sospetto di anemia.

I valori considerati normali di emoglobina variano in funzione dell’età e del sesso, ma si possono ritenere compresi tra 10,5 – 11 e 13,5 g/100 dl (ogni laboratorio, tra l’altro, fornisce i suoi limiti di riferimento). Le cause più frequenti di anemia e facilmente trattabili sono:

  • Mancanza di ferro, documentata da esame del sangue, la sideremia (concentrazione di ferro nel sangue); nella carenza di ferro si può verificare, quale tentativo di compenso, un aumento numerico dei globuli rossi, che sono però più piccoli della norma.
  • Carenza di vitamina B!”, dove i globuli rossi tendono a diventare notevolmente più grandi; per valutare il loro contenuto emoglobinico e la loro morfologia si utilizzano gli indici eritrocitari (MCV, MCH, MCHC).
  • La mancanza di ferro e/o vitamina B!” può essere determinata da un apporto insufficiente con l’alimentazione oppure da un ridotto assorbimento intestinale.
  • Infezioni croniche e malattie infiammatorie.
  • Perdite di sangue (emorragie) di una certa entità.
  • Necessità correlate all’accrescimento.

Riconoscere i sintomi
Pallore.
Scarso accrescimento.
Ridotta vivacità.

Il colorito della cute può a volte ingannare perché ne riflette non solo l’irrorazione ematica ma anche la pigmentazione, cosicché un soggetto di carnagione molto chiara potrebbe esser considerato anemico: è l’esame delle mucose (delle congiuntive in particolare) che permette un migliore orientamento.

Sintomi di allarme
Ripetute emorragie (ad esempio sanguinamento dal naso).
Rapide e importanti modificazioni del comportamento del bambino, che si sente stanco, rifiuta il gioco con i coetanei e si dimostra svogliato e poco attento in qualsiasi attività.
Accrescimento notevolmente rallentato (o arresto) in apporto al ritmo solito di crescita.

Primo trattamento
Il trattamento deve essere in funzione della causa dell’anemia.
L’alimentazione deve essere la più variata e completa possibile al fine di prevenire eventuali carenze.

Per il trattamento delle anemie sopra illustrate sono, in ogni caso, disponibili diversi preparati che il pediatra prescriverà in base alle specifiche esigenze del caso e secondo opportuni schemi.

Consultare il pediatra
Talvolta è già il pediatra a diagnosticare un’anemia in occasione di una visita di controllo ma, alla luce di quanto detto finora, è opportuno consultarlo tempestivamente in presenza di qualsiasi elemento che insinui il sospetto di anemia.

Una volta stabilite diagnosi e terapia saranno naturalmente opportuni i controlli periodici da lui indicati, per valutare l’efficacia delle cure.

Cosa non fare
Somministrare arbitrariamente prodotti ripetuti validi perché suggeriti da parenti o amici, o disponibili in casa: nel caso di un’anemia da carenza di ferro, ad esempio, la quantità di ferro che il bambino deve assumere e la relativa durata del trattamento non sono empiriche, ma sono calcolate sulla base degli esami di laboratorio.

Sospendere la somministrazione dei preparati suggeriti dal pediatra, non rispettando la regolarità delle dosi e l’intera durata del ciclo.

Offrire al bambino una dieta non equilibrata, ad esempio eccedendo con le carni rosse a svantaggio di altri alimenti, quali ad esempio i vegetali.

Convulzioni febbrili

Di cosa si tratta
Circa il 5% dei bambini sperimenta una convulsione febbrile: di questi il 40% manifesterà almeno un successivo episodio.
L’epoca in cui occorrono con maggior frequenza è compresa tra i sei mesi e i 4 – 5 anni.

Le convulsioni febbrili, come spiega il termine, sono accessi scatenati dalla febbre e caratterizzati da una serie di manifestazioni improvvise e a rapido decorso che spaventano i genitori per la loro spettacolarità e lasciano poi il bambino in uno stato di assopimento trangenitori per la loro spettacolarità e lasciano poi il bambino in uno stato di assopimento transitorio denominato post-critica.

Le convulsioni febbrili sono nella maggior parte dei casi benigne, e non richiedono provvedimenti particolari, tranne qualche semplice misura preventiva, né comportano rischi o conseguenze per il bambino.

Riconoscere i sintomi

  • Una crisi convulsiva solitamente dura pochi minuti (meno di 10) e si manifesta senza sintomi premonitori in un bambino con febbre (39°C oltre), ad esempio nel corso di una malattia infettiva.
  • Sotto gli occhi dei genitori: il bambino può “cadere in preda” a contrazioni incontrollate dei quattro arti, perdere la saliva dalla bocca, arrovesciare all’interno i bulbi oculari, perdere conoscenza e tono muscolare manifestare vomito o perdita di feci e/o urine o anche (soprattutto il lattante) assumere un colorito bluastro (cianotico).
  • Dopo la crisi, il bambino resta sonnolento e poco reattivo, per riprendere poi gradualmente contatto con l’ambiente che lo circonda.
  • Frequentemente, quando giunge in pronto soccorso, l’episodio si è già risolto in maniera spontanea.

Primo trattamento
Durante la crisi è difficile poter intervenire e perciò è opportuno evitare che il bambino possa procurarsi involontariamente delle lesioni.

In caso di vomito rimuovere dalla bocca eventuali residui di materiale gastrico.

Mantenere sempre la “posizione di sicurezza” (bambino prono o sul fianco) per favorire il drenaggio delle secrezioni.
Controllare costantemente la temperatura corporea somministrando antipiretici.

Spogliare completamente la temperatura il bambino con febbre, e praticare delle spugnature con acqua fresca. Alcool e borsa del ghiaccio sono invece sconsigliate dal momento che abbassano solo la temperatura della cute, causando una vasocostrizione che può ostacolare i meccanismi di compenso fisiologici della temperatura interna (vasodilatazione).

Consultare il pediatra
È sempre opportuno il ricorso al pediatra, sia in pronto soccorso o in ambulatorio, che dev’essere informato dell’accaduto.
Devono in ogni caso allarmare le crisi che durano per oltre 10 minuti e quelle che tendono a ripetersi a breve distanza.

Cosa non fare
Contrastare eventuali movimenti involontari del bambino.
Introdurre forzatamente qualche oggetto nella bocca del bambino per evitare la morsicatura della lingua.

Cercare di “rianimare” il bambino, soprattutto nella fase post-critica, ma lasciarlo riposare tranquillamente dopo averlo adagiato in posizione di sicurezza.

Nelle ore successive la convulsione non forzarlo nell’alimentazione: l’appetito, per effetto sia delle convulsioni sia della stessa malattia causa della febbre, potrebbe esser momentaneamente ridotto. È invece utile far bere in abbondanza il bambino, che nel frattempo ha perso liquidi.

Diabete giovanile: maggiore attenzione per una vita sana e serena

Crescono sempre più i bambini e gli adolescenti che soffrono di diabete, ogni anno si registrano 6 nuovi casi su 100mila ragazzi uder 14. Dati risultanti dal Forum di Stresa (Vb) che ha riunito i migliori diabetologi italiani.

Secondo il Dott. Chiuminello Giuseppe, direttore del Centro di endocrinologia dell’infanzia e dell’adolescenza del San Raffaele di Milano, “La malattia ha un grande impatto sociale, ma si può convivere serenamente, grazie a strumenti come le penne che somministrano l’insulina con aghi indolore misuratori di glicemia”.

L’educazione e l’informazione dei pazienti è fondamentale perché, solo attenendosi a regole ben precise e adottando uno stile di vita corretto, le condizioni di salute miglioreranno.

Infezioni ricorrenti

Di cosa si tratta
Nel corso della prima infanzia e dell’età prescolare mediamente un bambino è affetto da 7 – 8 infezioni delle prime vie respiratorie l’anno. Nel corso dell’età scolare questa media scende a 5 – 6 per anno. Nel corso dell’adolescenza è finalmente raggiunta una media simile a quella dell’adulto di quattro infezioni per anno.

Le infezioni delle prime vie respiratorie rappresentano il 50% di tutte le malattie acute febbrili. La ragione principale per la quale i bambini sono affetti di continuo da infezioni delle prime vie aeree, è l’esposizione a virus verso i quali non hanno anticorpi.

Esistono almeno 200 virus che causano il raffreddore comune.

Minore è l’età del bambino, minori sono state le esposizioni precedenti e la conseguente protezione. I bambini vengono più spesso esposti a questi virus se frequentano l’asilo o altre comunità o se ha un fratello o una sorella maggiore. Quindi, queste infezioni sono più frequenti nelle famiglie numerose.

La frequenza dei raffreddori si triplica in inverno quando la vita avviene soprattutto in ambienti chiusi. Inoltre la presenza di fumatori in casa fa aumentare la suscettibilità del bambino a raffreddori, tosse, otiti, sinusiti, laringiti e asma.

Riconoscere i sintomi
Episodi ripetuti, particolarmente durante la stagione fredda di naso chiuso o gocciolante, talvolta associato a febbre e mal di gola con tosse, raucedine, congiuntivite, ingrossamento delle ghiandole del collo.

Consultare il pediatra
Se la febbre dura più di tre giorni.
Se la tosse dura più di due settimane.
Se il bambino si lamenta di dolore all’orecchio.
Se la secrezione oculare o nasale diviene giallastra.
Se il bambino ha più di tre anni, starnutisce di continuo e presenta una secrezione nasale acquosa che dura da più di un mese.

Primo trattamento

  • Osservare lo stato di salute del bambino. Se il bambino è attivo ed aumenta di peso non ci si deve preoccupare del suo stato di salute perché non è più “malato” della media degli altri bambini.
  • Far tornare il bambino il più rapidamente possibile a scuola. È sufficiente che la febbre sia scomparsa e che i sintomi residui non siano eccessivamente fastidiosi.

Cosa non fare
Somministrare di propria iniziativa farmaci di qualunque genere. Nulla può abbreviare la durata di un raffreddore.
Gli antibiotici non sono utili in mancanza di complicanze come otite media, sinusite o polmonite.
Far togliere le tonsille al bambino non è utile dal momento che le infezioni ricorrenti non sono dovute a tonsille malate.
I raffreddori non sono causati da errori dietetici o mancanza di vitamine, né dal cattivo tempo, dai condizionatori o dall’umidità.

Infezioni streptococciche

Di cosa si tratta
Lo streptococco beta emolitico di gruppo A è responsabile di una faringotonsillite, che può essere diagnosticata attraverso un test rapido ambulatoriale o attraverso un esame colturale che richiede alcuni giorni per la risposta.

La scarlattina è un’infezione streptococcica della gola associata ad un’eruzione cutanea, causata da un sottotipo di strptococco che produce una tossina particolare.

L’identificazione ed il trattamento appropriato delle infezioni streptococciche sono importanti perché possono prevenire le rare ma gravi complicanze di queste infezioni, in particolare la malattia reumatica e la glomerulonefrite. Le infezioni streptococciche sono più frequenti in età scolare. I bambini colpiti non sono più infettivi dopo 24 ore dall’inizio della terapia antibiotica.

Riconoscere i sintomi

  • Faringite associata a febbre, con intenso mal di gola.
  • Ingrossamento dei linfonodi sottomandibolari.
  • Se l’infezione è causata da un ceppo di streptococco che produce la tossina: eruzione cutanea a tipo eritema solare, localizzata principalmente al torace ed all’addome ed alle pieghe. L’esantema in genere risparmia la zona circostante la bocca.

Sintomi di allarme
Il bambino non riesce a deglutire nemmeno la saliva.
Le urine diventano di colore rosso o “coca-cola”.
Le condizioni del bambino peggiorano.

Consultare il pediatra
La febbre è ancora presente 48 ore dopo la prima somministrazione d’antibiotico.

Primo trattamento
La terapia si basa sulla somministrazione dell’antibiotico appropriato per un tempo adeguato (variabile in base al tipo di antibiotico).

Febbre
Somministrazione paracetamolo ogni 4 – 6 ore al dosaggio appropriato in base al peso del bambino.

Mal di gola
Possono essere utili gargarismi con una soluzione salina (un cucchiaino da caffè di sale da cucina in un bicchiere d’acqua) o di bicarbonato (alla stessa dose). Offrire una dieta semiliquida.

Cosa non fare
Somministrare antibiotici di propria iniziativa, confondendo in questo modo la diagnosi.
Interrompere la somministrazione dell’antibiotico prescritto ai primi segni di miglioramento del bambino (una terapia di durata adeguata è fondamentale per la prevenzione di malattia reumatica e glomerulonefrite).

Le cure per la tosse

La tosse è un sintomo di cui spesso soffre il bambino, delle volte al punto da non riuscire a dormire e da vomitaare.

Quando la tosse è “grassa” o “produttiva” non bisogna somministrare alcun farmaco, poiché essa rimuove il muco e i microbi dalle vie respiratorie del bambino ed è quindi un utile meccanismo di difesa.

Va invece curata quando è “secca”, in particolare quando infastidisce molto il bambino, rende difficile il sonno e disturba l’alimentazione. Il primo approccio è quello di non eliminare, ma trasformare la tosse secca in modo da renderla “produttiva”, cioè capace di espellere ciò che disturba il normale respiro (catarro, muco, polveri).

Liquidi caldi e zuccherati (latte, miele, ecc.), soluzioni fisiologiche e, se l’età lo permette, l’aerosol facilitano l’eliminazione delle secrezioni.

E’ importante tenere bene umidificato l’ambiente e d’inverno fare attenzione a che non manchi l’acqua nelle vaschette appese sul termosifone. I fumatori devono evitare quindi di accendere sigarette davanti ai figli.

Quando la tosse è insistente, irrita il bambino, lo affatica (un bambino stanco reagisce meno bene alla malattia) l’unico farmaco efficace nei bambini è il destrometorfano.

La cefalea in età evolutiva

La cefalea, ovvero il “mal di testa”, è una patologia che, per quanto possa sembrare strano, affligge un bambino su tre in età scolare. I bambini che soffrono di mal di testa, a volte possono anche avere delle difficoltà a mettere a fuoco le immagini o avere crisi di vomito.

Trovare la soluzione significa non solo eliminare il dolore, ma anche evitare che il bambino ne soffra in età adulta.

Le cause della cefalea infantile possono essere varie, ma in genere esiste una predisposizione ereditaria. Non sempre chi soffre di mal di testa in età scolare è destinato a conviverci per tutta la vita, soprattutto se le cause della cefalea vengono trovate in tempi brevi.

Tra le varie cause anche i ritmi di vita stressanti di questi ultimi anni. In generale quando il dolore è acuto e continuo, è necessario rivolgersi ad uno specialista, per chiarire le cause , ma bisogna riflettere su quali possano essere gli agenti esterni, che potrebbero avere provocato un mal di testa di “natura psicologica”.

I PIU’ COMUNI TIPI DI CEFALEA

Cefalea tensiva: viene suddivisa in acuta e cronica. Acuta quando è correlabile ad affaticamento generale o visivo e la causa del dolore potrebbe essere ricondotta a tensione dei muscoli estensori della nuca o dei muscoli oculari. La cefalea tensiva cronica è invece considerata psicogena.

Il dolore della cefalea tensiva è prevalentemente pomeridiano e serale, d’intensità media, gravativo e diffuso o mal localizzabile. Dura generalmente diverse ore, ma è quasi sempre abbastanza ben tollerato.

I pazienti sono per lo più adolescenti. Emicrania comune (senza aura). E’ la forma di emicrania più frequente dell’età infantile, spesso legata agli altri disturbi periodici del bambino (dolori addominali ricorrenti, vomiti ciclici, vertigini parossistiche benigne) e di prognosi relativamente migliore rispetto all’emicrania classica.

Il dolore è pulsante, abitualmente diffuso e localizzato alle aree frontali o temporali, quasi sempre accompagnato da nausea, spesso da vomito, fotofobia e pallore. Non sono comunque rare le cefalee monosintomatiche. In alcuni periodi la frequenza è settimanale o mensile, in altri è più rara. In quasi due terzi dei casi, gli eccessi scompaiono entro l’età infantile o adolescenziale.

Emicrania classica (con aura). E’ la forma più tipica della tarda infanzia e dell’adolescenza e si trasforma frequentemente nell’emicrania dell’adulto. E’ spesso familiare.

Questo tipo di emicrania presenta numerosi sintomi neurovegetativi: pallore, sudorazione, vertigini, fotofobia, ipotonia, sonnolenza e talora lipotimia.

E’ caratteristica un’aura di breve durata che consiste in parestesie, sintomi visivi, e a volte oftalmoplegia, paralisi emifacciale o emiplegia transitoria. Il dolore è caratteristicamente pulsante e unilaterale (ma in età infantile anche bilaterale), aumenta rapidamente fino a essere intollerabile. Nei casi più gravi dura dalle 12 alle 15 ore e cessa quasi sempre con il sonno notturno. In alcuni casi la cefalea cessa dopo uno o più vomiti.

Vi sono poi le cefalee occasionali: da farmaci, da febbre, da sforzi, da tosse, da freddo; * la cefalea da sinusiti, otiti, ascessi o malocclusioni dentali; * le cefalee da ipertensioni endocranica (suscitano sospetto le cefalee che si manifestano prima dei 5 anni, di notte o al risveglio, e che resistono agli analgesici).

Anche se è quasi sempre sufficiente una visita medica per identificare il tipo di cefalea e quindi la “non malignità”, esistono alcuni esami ad indagine neuroradiologica.

Allergia ai farmaci

L’organismo del nostro bambino viene in contatto per la prima volta con il mondo circostante e potenzialmente le allergie potrebbero nascondersi dietro qualsiasi cosa.

L’allergia è una svista del nostro sistema di difesa. Il nostro organismo reagisce in modo ‘anomalo’ ed ‘eccessivo’ quando viene in contatto con alcune sostanze perché, sebbene esse siano ‘innocue’, il nostro organismo le identifica come ‘estranee’ o ‘nemiche’. La prima volta che entriamo in contatto con una sostanza ‘nemica’, il nostro organismo la classifica come tale e si prepara a reagire quando la incontrerà nuovamente. Sia che si tratti di farmaci, giocattoli o di alimenti, i primi contatti richiedono maggiore attenzione, senza allarmismo, per osservare eventuali reazioni anomale.

Tutti i farmaci possono dare effetti collaterali a volte dovuti ad un’errata somministrazione, ma possono anche dare luogo a reazioni allergiche. Nella prevenzione delle allergie ai farmaci, l’ereditarietà può darvi delle indicazioni importanti, quindi, se voi o il vostro compagno avete delle allergie verso certi farmaci, avvertite il pediatra al momento della prescrizione, e in ogni caso evitate di darlo al bambino o somministratelo con attenzione in modo da controllare eventuali reazioni anomale da comunicare al vostro pediatra.

Reazioni che potrebbero essere sintomo di allergia sono: comparsa di bollicine o macchioline sulla pelle, vomito, diarrea, gonfiore, difficoltà a respirare.

Se la reazione è molto forte portate subito il bambino al Pronto Soccorso.

Eczema: l’imperativo è, non grattare

La dermatite atopica, o eczema compare entro i due anni di età. Il bambino si agita, non dorme e sulla pelle, soprattutto sul cuoi capelluto e sul viso, si notano zone di arrossamento e gonfiore.

Andando avanti con l’età, spiega Carlo Gelmetti direttore del Servizio di dermatologia pediatrica dell’Istituto di scienze dermatologiche dell’università di Milano, cambiano le sedi interessate dalla malattia: nel bambino sono soprattutto le pieghe interne del ginocchio e del gomito, nell’adulto le mani e le zone periorifiziali, per esempio il contorno occhi e della bocca.

La malattia ha un decorso altalenante. Generalmente, dura qualche settimana scomparendo per ripresentarsi dopo qualche mese, chiarisce Alberto Riannetti, direttore della clinica dermatologica dell’università di Modena. Nei casi più gravi, la sua durata è maggiore e non ci sono periodi di riposo.

Il disturbo si sposta da una zona all’altra del corpo. Il prurito spinge a grattarsi, fino a provocarsi escoriazioni che favoriscono le infezioni. La malattia è in aumento in tutto il mondo. A questo proposito una delle teorie più accreditate è la cosiddetta teoria igienica, la stessa che spiega l’aumento di alcuni disturbi di tipo allergico come l’asma e la febbre da fieno.

L’aumento dell’igiene e delle vaccinazioni ha portato a una diminuzione delle malattie infettive. Ciò potrebbe impedire al sistema immunitario di allenarsi e di formarsi in modo corretto, spiega Gelmetti. Va tuttavia chiarito, che la dermatite atopica non è propriamente una malattia allergica.

Se così fosse basterebbe individuare i fattori allergici scatenanti ed eliminarli per guarire. Atopica significa senza luogo, cioè senza una facile collocazione? prosegue Gelmetti. La malattia è multifattoriale, non è riconducibile ad un’unica causa. La base è genetica: tende infatti a ricorrere all’interno della stessa famiglia.

Quindi, ciò che si eredita è una pelle iperreattiva in quanto più permeabile: la sintesi di grassi cutanei è ridotta e ciò rende la cute secca, facile alla disidratazione e alla desquamazione. Per tentare di ridurre la secchezza, l’organismo tende a favorire la liberazione di particolari molecole, le citochine infiammatorie, che stimolano i processi infiammatori.

La pelle diventa così sensibile a stimoli di vario genere, in particolare allergici, che scatenano la dermatite. Purtroppo per prevenire tali disturbi si può fare poco, ammette Riannetti. In genere, se in una famiglia è presente la dermatite atopica, alla madre si consiglia di prolungare il più possibile l’allattamento.

È dimostrato infatti che il latte materno rinforza il sistema immunitario e protegge dalle malattie su base allergica. La terapia cambia a seconda della gravità. In tutti i casi è necessaria una terapia emolliente quotidiana per ridurre la secchezza della cute, sottolinea Giannetti.

Allergie alimentari

Di cosa si tratta
I bambini allergici producono anticorpi contro alcuni alimenti. Quando questi anticorpi vengono a contatto con l’alimento allergizzante, si osserva la liberazione di numerose sostanze chimiche che causano i sintomi.

La tendenza all’allergica è ereditaria: se uno dei genitori è allergico la probabilità di avere un figlio allergico è del 40%, se entrambi i genitori sono allergici questa probabilità sale al 75%. Circa 8 alimenti causano il 95% delle allergie alimentari: arachidi (e olio di arachidi), uova, latte vaccino e derivati, soia e derivati, cereali, crostacei, pesce, e noci.

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Altri alimenti (cioccolata, fragole, granoturco e pomodoro) anche se comunemente ritenuti causa di allergia provocano solo raramente sintomi allergici. In circa la metà dei casi, l’allergia scompare verso i 2 – 3 anni di vita (particolarmente in caso di allergie del latte). L’allergia verso gli arachidi, noci, pesce e crostacei scompare più raramente.

Riconoscere i sintomi

  • Il bambino presenta sintomi allergici dopo aver ingerito determinati alimenti. Le reazioni più frequenti interessano la bocca (edema, ingrossamento delle labbra), le vie digestive (diarrea) o la pelle (orticaria).
  • Il bambino è affetto da altre manifestazioni allergiche (eczema, asma, rinite allergica).
  • I genitori o i fratelli presentano allergie alimentari.

Primo trattamento
Evitare gli alimenti causa dell’allergia. In questo modo la sintomatologia dovrebbe scomparire. Se il bambino è allattato al seno eliminare dalla dieta gli alimenti allergizzanti.

Somministrare a parte le vitamine e i minerali resi eventualmente carenti dall’eliminazione di quel determinato alimento. Nel caso del latte, per esempio, devono essere somministrati calcio e vitamina D.

Allattare al seno il più a lungo possibile i bambini con allergia alimentare o solo a rischio a causa della familiarità di questo problema.

Sintomi di allarme
Se il bambino ha difficoltà a respirare e presenta una tosse abbaiante o sensazione di soffocamento di deve immediatamente ricorrere ad un pronto soccorso ospedaliero.

Consultare il pediatra
Se è presente orticaria estesa, edema delle labbra o prurito.
Se si presentano altri sintomi entro 30 minuti dall’ingestione dell’alimento sospetto.

Cosa non fare
Somministrare precocemente gli alimenti che danno più frequentemente problemi allergici in presenza di una familiarità per allergie.

Dermatite atopica

Di cosa si tratta
Per dermatite atopica (eczema) si intende una particolare forma ereditaria di sensibilità cutanea. Nel 30% dei casi è dimostrabile un’allergia verso determinati alimenti (nel 95% dei casi l’alimento coinvolto è uno degli otto seguenti: arachidi, uova, latte vaccino, soia (e latte di soia), pesce, crostacei e noci). È frequente la presenza di un’allergia respiratoria o di altri casi di dermatite atopica nella famiglia.

Le lesioni cutanee peggiorano quando si viene a contatto con sostanze irritanti (sapone, cloro, ecc.).
La dermatite atopica è una malattia cronica che in genere non scompare prima dell’adolescenza.

Riconoscere i sintomi

  • Eruzione cutanea di colore rossastro, molto pruriginosa, con formazione di essudato e croste in seguito a grattamento e processi infettivi.
  • Spesso inizia alle guance i 2 – 6 mesi di vita.
  • Sono più frequentemente interessate le superfici flessorie (pieghe) del gomito, del polso o del ginocchio.
  • L’interessamento di collo, caviglie e piedi è occasionale.
  • La cute è costantemente secca.

Primo trattamento

Creme a base di cortisone
Devono essere applicate 3 – 4 volte ogni giorno sulle zone interessate. Quando l’eruzione migliora, la crema deve essere applicata almeno una volta ogni giorno per almeno due settimane. Applicare immediatamente la crema su ogni macchia cutanea che causa prurito.

Bagni ed idratazione della cute
Il bambino deve fare un bagno della durata di 10 minuti ogni giorno. La cute bagnata è molto meno prurignosa. La dermatite atopica è molto sensibile ai saponi, e quindi deve essere usato un detergente a base di avena o amido. Non far venire a contatto lo shampoo con le lesioni cutanee.

Creme lubrificanti e idratanti
Per favorire l’idratazione della cute dopo il bagno giornaliero, applicare una crema idratante su tutto il corpo ancora umido.

Prurito
Applicare immediatamente la crema al cortisone sulle zone prurignose. Tagliare le unghie delle mani del bambino. Lavare frequentemente le mani del bambino per evitare che l’eczema s’infetti.

Consultare il pediatra
L’eruzione cutanea diviene estesamente ruvida o sanguinante.
Vi sono segni d’infezione (presenza di pus o crosticine giallastre).
L’eruzione non migliora dopo sette giorni di trattamento con la crema a base di cortisone.
Il prurito interferisce con il sonno.

Sintomi di allarme
L’eruzione cutanea peggiora dopo che il bambino è stato a contatto con qualcuno affetto da herpes labiale.
Vi sono segni d’infezione (presenza di pus o crosticine giallastre) associati a febbre.

Visite specialistiche
Possono essere necessarie consulenze dermatologiche, allergologiche e psicologiche (a causa della cronicità della malattia).

Cosa non fare
Evitare di applicare sulla cute unguenti e polveri che possono ostruire le ghiandole sudoripare e far peggiorare prurito ed eczema.
Usare direttamente sulla cute indumenti di lana o di altre fibre ruvide. Utilizzare solo maglieria intima di cotone.
Usare saponi o bagnoschiuma per lavare il bambino.
Evitare il contatto con persone affette da herpes labiale, che può causare una grave infezione nei bambini con dermatite atopica.

Malattie ed assenze

A seconda delle patologie infettive si può stabilire un periodo entro il quale il bambino potrà ritornare alla normale attività, da quella ludica e quindi essere circondato dagli amici di giochi, a quella didattica tra i compagni della sua scuola.

Andiamo ad esaminare caso per caso le varie patologie:

•  Diarrea : se la diarrea dura di più di 4 giorni, con meno di 8 scariche al giorno e senza la presenza di sangue, il bambino può continuare a frequentare la scuola. In caso contrario deve essere effettuata la coprocoltura per dimostrare l’assenza di batteri, soprattutto salmonella, oppure bisogna attendere la totale scomparsa delle scariche;
•  Febbre : 1 giorno dopo la scomparsa (la maggioranza dei virus che determinano rialzo della temperatura nel bambino hanno il periodo di massima contagiosità, proprio nel periodo febbrile);
•  Impetignite (infezione della pelle) : 24 ore dopo l’inizio della terapia con antibiotico;
•  Mal d’orecchie : il bambino può continuare ad andare a scuola; se c’è febbre può rientrare un giorno dopo la scomparsa della stessa;
•  Mal di gola : il bambino può continuare ad andare a scuola; se c’è febbre può rientrare un giorno dopo la scomparsa della stessa;
•  Morbillo: 4 giorni dopo la scomparsa dell’esantema;
•  Parotite : 9 giorni dopo l’inizio del rigonfiamento;
•  Pertosse : dopo aver eseguito per 5 giorni la terapia con antibiotici;
•  Pediculosi del capo (pidocchi) : dopo aver eseguito il primo trattamento;
•  Raffreddore : il bambino può continuare ad andare a scuola, se c’è febbre può rientrare un giorno dopo la scomparsa della stessa;
•  Rosolia : dopo la guarigione, cioè dopo la scomparsa dei sintomi eventualmente presenti;
•  Scarlattina : 48 ore dopo l’inizio dell’assunzione degli antibiotici e un giorno dopo la scomparsa della febbre ;
•  Tosse : il bambino può continuare ad andare a scuola, se c’è febbre può rientrare un giorno dopo la scomparsa della stessa;
•  Varicella : dopo 5 giorni della prima vescicola
•  Voce rauca : il bambino può continuare ad andare a scuola, se c’è febbre può rientrare un giorno dopo la scomparsa della stessa;
•  Vomito : il bambino può continuare ad andare a scuola, se c’è febbre può rientrare un giorno dopo la scomparsa della stessa.

Vaccino esavalente: 6 in uno

L’esavalente è il vaccino che ha sostituito il pentavalente, capace di vaccinare contro il tetano, la difterite, la poliomielite, la pertosse e la meningite. Con questo nuovo vaccino, invece, si può vaccinare contemporaneamente anche contro l’epatite B, per il quale prima bisognava pungere una seconda volta.

Dal punto di vista pratico, i vantaggi dell’introduzione dell’esavalente sono molti, in quanto questo nuovo vaccino consente di ridurre i tempi, i costi e i fastidi associati alla somministrazione di più iniezioni. Spesso, infatti, molti genitori, perplessi all’idea di far pungere più volte il bimbo, scelgono di vaccinarlo solo con le vaccinazioni obbligatorie.

L’esavalente, quindi,dovrebbe contribuire ad una maggiore adesione da parte dei genitori ai programmi di vaccinazione e cioè ad un ampliamento della copertura vaccinale nel nostro Paese, anche per quelle malattie che non prevedono l’obbligatorietà della vaccinazione, come l’antipertosse e l’antimeningite.

Vediamo insieme in che cosa consistono queste malattie debellate dall’esavalente:

Il tetano: è provocato da un batterio, il Clostridium tetani, che si trasmette attraverso piccole ferite. Il vaccino contro il tetano contiene la tossina, cioè la sostanza tossica, prodotta dal batterio responsabile della malattia,purificata e inattivata, fino a perdere la tossicità. Non c’è però alcun pericolo per il piccolo, che non entra a contatto con il germe. Vaccinazione obbligatoria .

La poliomielite: è provocata da un virus, il Poliovirus,che si trasmette principalmente attraverso l’ingestione di acque infette. Nel nuovo prodotto,il vaccino utilizzato contro la poliomielite per le prime due dosi è costituito dal virus inattivato,cioè ucciso,e potenziato. Vaccinazione obbligatoria. L’epatite B:è provocata da un virus,l’Hvb,che si trasmette attraverso il sangue o da madre in figlio. Contro l’epatite si ricorre al vaccino ricombinante,costituito da una piccola porzione del virus responsabile della malattia. Vaccinazione obbligatoria.

La difterite:è causata da un batterio, il Corynebacterium diphtheriae,che si trasmette per via aerea, tramite le goccioline di saliva emesse con la tosse o gli starnuti da persone ammalate. Anche il vaccino contro la difterite contiene una tossina,cioè una sostanza dannosa,prodotta dal batterio che provoca la malattia. Questa tossina viene comunque purificata e inattivata,in modo da perdere la sua tossicità. Non ci sono quindi rischi per il bambino. Vaccinazione obbligatoria.

La pertosse: è provocata da un batterio, la Bordetella pertussis, che si trasmette per via aerea,attraverso le goccioline di saliva emesse con i colpi di tosse. Si usa un vaccino ricombinante, costituito da una piccola porzione del batterio responsabile della malattia. Vaccinazione facoltativa.

La meningite: è provocata da un batterio, l’Haemophilus influenzae di tipo B,che si trasmette per via aerea attraverso starnuti e colpi di tosse. Contro questo tipo di meningite si utilizza un vaccino ottenuto da una porzione del germe responsabile della malattia. Vaccinazione facoltativa.

Nell’esavalente,come nei vaccini di ultima generazione,non è presente il tiomersale, un componente del mercurio contenuto in molti preparati proprio per la capacità di mantenere il prodotto sterile grazie alla sua azione antimicrobica.

Cura del prepuzio

Di cosa si tratta

  • Alla nascita il prepuzio è normalmente attaccato alla testa del pene (glande) attraverso uno strato di cellule. Nel corso dei 5 – 10 anni successivi il prepuzio si separa naturalmente dal glande senza che sia necessario alcun intervento esterno: lentamente si retrae.
  • Le normali erezioni che avvengono durante l’infanzia sono probabilmente la causa più importante della retrazione fisiologica, attraverso lo stiramento del prepuzio.
  • Il prepuzio generalmente non causa problemi. Tuttavia la retrazione forzata, prima che il prepuzio si sia completamente allentato, può causare la fuoriuscita del glande con dolore intenso e formazione di edema.
  • Se la retrazione causa sanguinamento si può formare un tessuto cicatriziale, che può interferire con la retrazione naturale.
  • Occasionalmente, lo spazio tra prepuzio e glande può divenire sede dei processi infettivi. La maggior parte di questi problemi può essere prevenuta.

Primo trattamento
Nel corso del primo anno di vita è necessario pulire solo la parte esterna del prepuzio. Un aretrazione parziale e delicata può iniziare verso il secondo anno di vita. Può essere eseguita una volta la settimana durante il bagno. Eseguire la retrazione spingendo delicatamente la cute sull’asta del pene verso l’addome. In questo modo il prepuzio scivolerà verso il basso scoprendo la punta del glande.

Durante la retrazione, la parte esposta del glande deve essere lavata con acqua. Eliminare tutto il materiale biancastro (smegma) che si trova a quel livello. Lo smegma rappresenta semplicemente l’accumulo di cellule morte, che normalmente si staccano dal glande e dalla parte interna del prepuzio nel corso della vita.

Non usare sapone o lasciare acqua saponata al di sotto del prepuzio, perché in questo caso si possono causare irritazioni e tumefazioni del glande. Dopo aver lavato la parte, spingere sempre il prepuzio nella sua posizione normale.

(NOTA: una raccolta di smegma osservabile o palpabile attraverso il prepuzio in un punto in cui questo non è retraibile, non deve essere rimossa fino a che la normale separazione non la espone).

A partire dai 5 – 6 anni di età, insegnare al bambino a retrarre da solo il prepuzio ed a pulire il glande una volta la settimana, durante il bagno, per prevenire la comparsa di processi irritativi o infettivi. Durante i primi anni è opportuno ricordare con delicatezza quest’operazione.

Sintomi di allarme

  • Non si riesce a far rientrare nella posizione normale il glande.
  • Il bambino non riesce ad urinare.
  • Il prepuzio è arrossato o dolente alla palpazione.
  • È presente febbre (>38°C).

Consultare il pediatra

  • Se il prepuzio è tumefatto.
  • Se fuoriesce pus dalla punta del prepuzio.
  • Se il mitto urinario è debole o gocciolante.

Cosa non fare
Evitare le retrazioni forzate, perché in questo modo si può causare la fuoriuscita del glande attraverso un orifizio troppo stretto (parafimosi), con impossibilità di ritorno nella posizione normale. La retrazione è eccessiva se causa fastidio o dolore.

Dentizione

Di cosa si tratta
Per dentizione s’intende il normale processo di eruzione dei denti attraverso le gengive. Il primo dente può comparire tra i tre ed i dodici mesi di vita. Nella maggior parte dei casi si tratta di un processo assolutamente indolore.

I soli sintomi sono rappresentati da aumento della salivazione e del desiderio di masticare le cose. Occasionalmente può essere presente un lieve dolore gengivale che non interferisce con il sonno.

Il grado di fastidio varia da bambino a bambino, ma in genere non causa grossi problemi. Durante l’eruzione dei molari (tra i sei e i dodici anni) la gengiva sovrastante può divenire tumefatta ed ecchimotica.

Questa situazione è temporanea e non pericolosa. Dal momento che i denti erompono continuamente tra i sei mesi ed i due anni d’età, molte malattie sono ingiustificatamente associate alla dentificazione. In questo periodo la febbre diviene un sintomo comune a causa della perdita, dopo i sei mesi di vita, della protezione naturale fornita dagli anticorpi materni.

Sviluppo dei denti
I denti erompono in genere nell’ordine seguente:

  • Incisivi inferiori
  • Incisivi superiori
  • Incisivi inferiori e quattro primi molari
  • Canini
  • Secondi molari

Primo trattamento
Massaggio gengivale
Identificare la gengiva irritata o tumefatta e massaggiarla vigorosamente con un dito per due minuti. Eseguire quest’operazione tutte le volte che è necessario. È possibile usare un pezzettino di ghiaccio per massaggiare le gengive.

Anelli gengivali
Il modo in cui può massaggiarsi le gengive è quello di masticare oggetti duri e lisci. Gli anelli gengivali solidi o quelli contenenti un liquido al centro (di solito acqua distillata) funzionano bene; alla maggior parte dei bambini piacciono freddi. Uno straccio umido messo nel freezer per 30 minuti rappresenta un’alternativa pratica.

Può essere utile anche un pezzo di ghiaccio o una banana tenuta nel frigo. Evitare gli alimenti duri che possono essere aspirati (carote crude), ma i biscotti secchi possono funzionare bene.

Dieta
Evitare gli alimenti salati o acidi. Al bambino probabilmente farà piacere succhiare dal biberon ma, se si lamenta, utilizzare temporaneamente una tazza per somministrare i liquidi. In alcuni casi può essere necessario somministrare del paracetamolo al fine di diminuire la sensazione dolorosa.

Cosa non fare
Attribuire all’eruzione di un dente “qualunque” problema del bambino. La dentizione non causa febbre, alterazioni del modello di sonno, diarrea, eritema da pannolino o diminuzione della resistenza alle infezioni. Se il bambino presenta febbre mentre sta mettendo un dente si deve pensare ad un’altra causa.

Evitare le creme gengivali. Dal momento che molte contengono benzocina, esiste il rischio che possono causare aspirazione per l’intorpidimento della gola o una reazione allergica.

Tenere l’anello gengivale attaccato intorno al collo con un laccio. Si può impigliare e causare strangolamento; fissarlo invece ai vestiti con una spilla di sicurezza.

Epistassi (sanguinamento dal naso)

Di cosa si tratta
L’epistassi è molto comune durante l’infanzia. La causa principale è rappresentata dalla secchezza della mucosa nasale associata al normale sfregamento esercitato con le dita da parte del bambino quando ha il naso chiuso. Anche una soffiata di naso piuttosto energica può causare sanguinamento. Tutti questi problemi sono accentuati nei bambini affetti da rinite allergica.

Primo trattamento
Inclinare la testa in avanti ed eliminare il sangue presente
Far sedere il bambino inclinandone la testa in avanti in modo da non fargli deglutire il sangue. Tenere a portata di mano una bacinella per permettergli di espellere il sangue eventualmente presente nella faringe o in bocca. Liberare il naso dai coaguli di grandi dimensioni che possono interferire con le manovre successive.

Comprimere la parte molle della narice
Applicare una pressione con un dito sulla parte molle della narice per almeno 10 minuti. Non rilasciare la pressione prima che siano trascorsi i 10 minuti. Se il sanguinamento continua è possibile che la pressione non sia stata esercitata correttamente. Durante questo periodo il bambino deve respirare attraverso la bocca.

Se l’emorragia continua usare gocce nasali vasocostrittrici e comprimere nuovamente
Se il sanguinamento non si arresta, inserire nella narice un pezzo di garza imbevuto di gocce nasali vasocostrittrici o olio di vaselina. Comprimere nuovamente la narice per 10 minuti e lasciare la garza nella narice per altri 10 minuti. Se il sanguinamento continua rivolgersi al medico continuando, nel frattempo, la compressione.
Il sangue deglutito ha un effetto irritante sullo stomaco. Non sorprendersi quindi se è vomitato.

Prevenzione
Una piccola quantità di olio di vaselina applicata sulla parete centrale (setto) della parte interna del naso è spesso utile per combattere la secchezza e l’irritazione della mucosa.

Può essere utile aumentare l’umidità della stanza da letto durante la notte con un umidificatore.
Far abituare il bambino ad instillare 2 – 3 gocce di acqua tiepida prima di soffiarsi il naso.

Evitare l’uso di silicilati. Essi possono far aumentare la tendenza dell’organismo a sanguinare con facilità per più di una settimana e quindi prolungare in maniera significativa la durata dell’epistassi.
Se il bambino soffre di rinite allergica, il trattamento con antistaminici può interrompere il circolo vizioso prurito-sanguinamento.

Consultare il pediatra
Il sanguinamento non s’interrompe dopo 20 minuti di pressione diretta.
Il bambino sviene o ha vertigini in posizione eretta.
Gli episodi di epistassi hanno cadenza giornaliera nonostante l’uso di vaselina ed umidificazione.
Si hanno preoccupazioni o domande da esporre.

Cosa non fare
Un panno freddo applicato sulla fronte, sulla parte posteriore del collo o sotto il labbro superiore non ha alcuna efficacia nell’interrompere il sanguinamento.

La compressione della parte ossea del setto non interrompe il sanguinamento.
Evitare il tamponare la narice perché quando il tampone è rimosso il sanguinamneto di solito ricomincia.

Igiene nel bimbo nel primo anno di vita sì, ma con delicatezza

Per detergere le sue parti intime è bene usare prodotti di pulizia specifici.Alla fine la sua pelle va tamponata con un morbido panno di spugna o di lino e va protetta spalmando una pasta o un olio protettivo contro l’arrossamento.
Le regole principali sono:

  • · Se è una femminuccia, si deve aver cura di passare una salvietta detergente o un batuffolo di cotone imbevuto, sempre procedendo dalla parte anteriore a quella posteriore per evitare di portare eventuali germi dalla zona dell’ano ai genitali.
  • Se è un maschietto, la pulizia va fatta tendendo con delicatezza la pelle per rimuovere bene eventuali tracce di sporco e stando attenti a non provocare lacerazioni.
  • Le operazioni di pulizia vanno fatte ad ogni cambio di pannolino, magari ricorrendo alle salviette monouso che garantiscono igiene perfetta e praticità.Vanno invece evitate le spugne che, anche se sciacquate e strizzate, inglobano sempre qualche residuo.
  • Se il contatto con feci e urina avesse già provocato un’irritazione locale, si può curarla spalmando sulla zona arrossata una pasta a base di ossido di zinco.

ATTENZIONE AI PICCOLI PROBLEMI DEI GENITALI

PER LEI
PER LUI
VULVITE: è un’infiammazione della vulva,che colpisce soprattutto la parte interna delle piccole labbra e il forellino di uscita della pipì. Si manifesta con gonfiore e arrossamento locali,accompagnati da prurito e bruciore. Talvolta c’è anche una secrezione vaginale
bianco-giallastra. Tutto dipende dal fatto che la mucosa dei genitali di una bimba così piccola non è ancora protetta dagli ormoni femminili.
RIMEDI:
Lavaggi frequenti con acqua e bicarbonato garantiscono la guarigione in un paio di giorni.
FIMOSI FISIOLOGICA: Spesso alla nascita il bebè presenta un lembo di cute (prepuzio) tanto aderente da incappucciare la parte superiore del pene (glande) e con una strettissima apertura alla punta. Pian piano, però le aderenze con il glande si allentano e anche l’apertura si allarga. Favorisce il naturale processo lo smegma, una secrezione densa e biancastra che si forma fra glande e prepuzio.
RIMEDI: sufficiente osservare una normale igiene, evitando di fare manovre per forzare la pelle, che si staccherà in modo spontaneo.
LIEVI PERDITE DI SANGUE: Sono dovute all’afflusso degli ormoni femminili materni ricevuti tramite la placenta ancor prima della nascita.
RIMEDI: un fenomeno fisiologico, che non richiede alcun trattamento e che scompare in un paio di giorni.
IDROCELE: è il gonfiore dello scroto, il sacchetto di pelle che contiene i testicoli, dovuto ad un accumulo di acqua.
RIMEDI:
non servono precauzioni oltre all’igiene, perché in qualche mese dovrebbe riassorbirsi spontaneamente.
SALDATURA DELLE PICCOLE LABBRA: l’aderenza delle piccole labbra, che presentano solo un piccolo foro per la fuoriuscita della pipì, è normale nei primi mesi di vita.
RIMEDI: lo scollamento avviene spontaneamente nel giro di qualche anno, senza cure particolari.

Igiene del neonato

Bagno
Fare il bagno al bambino ogni giorno nella stagione calda e 2 -3 volte la settimana nella stagione fredda. Tenere il livello dell’acqua al di sotto di quello dell’ombelico, fino ad alcuni giorni dopo la caduta del cordone.

L’immersione del moncone ombelicare può causare infezioni od interferire con il processo di mummificazione e caduta dello stesso. Non ci si deve preoccupare se si bagna un poco. Usare acqua di rubinetto senza sapone o un sapone idratante.

Non dimenticare di lavare il viso altrimenti le sostanze chimiche contenute nel latte e negli altri alimenti rigurgitati possono causare irritazioni cutanee. Sciacquare anche le palpebre con acqua.

Non dimenticare di lavare la regione genitale, ma quando si lava parte interna dei genitali femminili (vulva) non usare mai saponi.

Sciacquare questa zona con acqua e asciugare dall’avanti all’indietro per evitare irritazioni. In questo modo, ed evitando l’uso di bagnoschiuma prima della pubertà, si possono prevenire molte infezioni delle vie urinarie ed irritazioni vaginali. Risciacquare bene il bambino alla fine del bagno: i residui di sapone possono essere irritanti.

Cambio dei pannolini
Dopo aver rimosso il pannolino bagnato, sciacquare il sederino del bambino con un panno umido. Se i pannolini sono sporchi di feci, sciacquare le natiche sotto il rubinetto dell’acqua tiepida o in una bacinella.

Dopo aver finito di lavare le natiche, pulire la regione genitale con un panno umidi passato dall’avanti all’indietro.

Nei maschi pulire accuratamente lo scroto, nelle femmine le labbra vaginali. Può essere utile applicare una crema protettiva a base di ossido di zinco per prevenire la comparsa di un eritema dell’acqua dei pannolini.

Shampoo
Lavare i capelli del bambino una o due volte la settimana con uno shampoo neutro che non irriti gli occhi. Non preoccuparsi se si tocca la fontanella, che è ben protetta.

Lozioni, creme, unguenti.
Evitare assolutamente l’applicazione di olio, unguenti o altre sostanze grasse, dal momento che in questo modo si bloccano le piccole ghiandole sudoripare con conseguente formazione di pustole o miliaria.

Applicare due volte al giorno una lozione o una crema idratante se la cute inizia a diventare secca e squamosa.

Una crema a base di avena o ossido di zinco può essere utile per evitare le irritazioni cutanee nelle zone di attrito o nella regione dei pannolini. Evitare la polvere di talco dal momento che può causare gravi polmoniti chimiche se inalati nei polmoni.

Cordone ombellicare
Cercare di mantenere il cordone ombellicare asciutto. Applicare strofinando dell’alcool alla base del moncone (quando è ancora attaccato alla cute) due volte al giorno (anche dopo il bagno), fino ad una settimana dopo la sua caduta.

Anche l’esposizione all’aria è utile per la mummificazione e la caduta del cordone, e quindi tenere largo il pannolino o usare una forbice per tagliare il bordo superiore.

Unghie delle mani e dei piedi
Tagliare le unghie dei piedi diritte per prevenirne l’incarnimento, mentre si devono arrotondare gli angoli di quelle delle mani in modo da prevenire lesioni (graffi).

Tagliare le unghie ogni settimana dopo il bagno, dopo che si sono ammorbidite nell’acqua. Usare delle forbici a punta arrotondata. Per questa operazione sono in genere necessarie almeno due persone, a meno che il bambino non stia dormendo.

Denti sani e forti

La salute dei denti del bambino dipende dalle cure che la mamma vi dedica, si può evitare di farli cariare e che si indeboliscano.
La prima regola dopo la comparsa dei primi dentini, per avere dei denti sani e forti, è cominciare a pulirli subito dopo i pasti.

È importante proteggere dalle carie anche i denti decidui, perché se si cariano bisogna estrarli prima del tempo e non svolgeranno più la loro funzione di tenere il posto ai denti che spunteranno davanti, di conseguenza c’è il rischio che nascano storti.

Lo spazzolino si inizia ad usare dopo i due anni, i primi dentini che spuntano intorno ai 7-8 mesi, devono essere puliti con una garzina sterile avvolta intorno al dito, per i premolari ai 18-20 mesi si utilizza uno spazzolino asciutto.

Una domanda frequente è quella di sapere se il ciuccio può provocare degli spostamenti dei denti in avanti. Non ci si dovrebbe preoccupare molto se il ciuccio non viene tenuto in bocca per molte ore al giorno dopo i sei anni, età in cui iniziano a spuntare i denti permanenti.

Privare del tutto il ciuccio al piccolo è pericoloso se in seguito impara a succhiare il pollice, più dannoso per quanto riguarda la forma e la trasmissione dei germi.

Anche il fluoro è importante nei suoi primi mesi di vita, può essere sciolto in acqua e somministrato con un cucchiaino o con un biberon. È un minerale importante per rafforzare i denti e per renderli meno vulnerabile nei confronti dei batteri che provocano le carie.

Fare il bagnetto

Finché il bambino è molto piccolo deve essere sostenuto dalla mamma durante il abgnetto, con un braccio intorno alla schiena, in modo che non scivoli in acqua. Solo intorno agli otto mesi, quando ormai è in grado di reggersi da solo, questo momento potrà diventare anche un motivo di gioco.

Il bagnetto va ripetuto a giorni alterni, con immersioni da 15 minuti al massimo, per non alterare le difese della pelle. Per l’igiene sono da preferire i prodotti specifici, meno aggressivi e poveri di tensioattivi, che rispettino il pH fisiologico, cioè naturale della pelle, leggermente acido (pari a 5,5). Sono indicati anche gli oli che, oltre a detergere, ammorbidiscono e idratano la pelle del piccolo.

Togliergli il pannolino
Adagiare il piccolo sul fasciatoio, poi spogliarlo, cominciando dal basso, e togliergli il pannolino. Se il piccolo si è sporcato, prima di fargli il bagnetto la mamma dovrà detergere il sederino e la zona dei genitali con il batuffolo di cotone, imbevuto in un detergente specifico. Sciacquare l’intera area con una spugnetta inumidita.

Lavare i capelli
Il momento ideale è quello del bagnetto. Occorre utilizzare prodotti specifici per i bambini, che non irritino gli occhi, e massaggiare delicatamente con i polpastrelli.

Diluire il detergente
Lavare il piccolo diluendo su una spugna un goccio di detergente specifico, povero di tensioattivi. Massaggiare il bimbo con movimenti circolari, tenerdolo fermo con una mano perché non scivoli in acqua.

Lasciarlo giocare
Quando il piccolo avrà preso confidenza con l’acqua, il momento del bagnetto potrà trasformarsi anche in una piacevole occasione di gioco. La mamma può quindi mettere nella vasca qualche giochino di gomma galleggiante, come le paperette o le barchette, in modo da distrarre il bimbo mentre lo lava.

Asciugarlo
Terminato il bagnetto, avvolgere il piccolo in un asciugamano di spugna o in un accappatoio. Asciugarlo poi bene, tamponando la pelle, senza però strofinare, per non irritarla. In particolare, ricordarsi di asciugare per bene le ascelle, le pieghe inguinali, gli incavi delle dita delle mani e dei piedi, dove può rimanere l’acqua: sulla pelle umida i funghi e i batteri prolificano con maggiore facilità.

Mettergli la crema
Dopo il bagno, stendere sulla pelle del piccolo un po’ di crema idratante, per proteggere il sottile film idrolipidico. Applicare poi sul sederino uno strato di pasta a base di ossido di zinco, per evitare gli arrossamenti.

Rispetta la pelle del tuo bimbo

Benessere e piacere per un bambino sono strettamente collegati alle sensazioni corporee. Durante i primi anni di vita sono soprattutto i pannolini ad avvolgere il corpo dei nostri bimbi ed è essenziale che questi garantiscano un ottimo grado di ossigenazione della pelle e contribuiscano al benessere del bebè.

Anche l’abbigliamento, a diretto contatto con la pelle, concorre in misura determinante al benessere della persona. Le fibre naturali, sia di origine vegetale (cotone, canapa, lino) che animale (lana, seta) assolvono a queste funzioni in modo incomparabile.

Le fibre utilizzate per realizzare i pannolini sono di ottima qualità e viene garantita l’assenza di residui chimici. Per questi motivi crediamo che il sistema del pannolino naturale offra le migliori garanzie per il benessere globale del Vostro bambino.

La Salute in Pillole

ASILO:AMMALARSI FORTIFICA I BIMBI

I bambini che frequentano asili nido e scuole materne sono colpiti più spesso da raffreddori e altre malattie dell’apparato respiratorio rispetto a coetanei non socializzati. Tuttavia,dopo i sei anni d’età,gli stessi bambini risultano più protetti da questo tipo di malattie,proprio perché il loro sistema immunitario si è fortificato grazie ai contagi infantili.

VITAMINA K:E’ IMPORTANTE APPENA NATO

Nelle prime ore dopo la nascita ad ogni bambino viene somministrata una piccola dose (pari ad un milligrammo) di vitamina K. Si tratta di una sostanza indicata indispensabile per prevenire problemi nella coagulazione del sangue,cioè quel processo naturale per cui,in presenza di ferite,si arresta o si limita la fuoriuscita del sangue. Questa integrazione è necessaria per compensare un’eventuale carenza,nell’organismo del bebè,alla nascita.

MAL DI TESTA :COLPISCE ANCHE I PICCINI

Gli attacchi di cefalea non colpiscono solo gli adulti,ma interessano anche il 10-15 per cento dei bambini di età compresa tra i due e i cinque anni. Sembra anzi che il mal di testa,quando non è originato da un’altra malattia in atto,abbia origine spesso da disturbi della sfera emotiva e relazionale. Per risolvere il problema,piuttosto che ricorrere ai farmaci,potrebbe essere più utile un intervento personalizzato,dagli esercizi di rilassamento alla medicina dolce.

Il rigurgito nei neonati non è un problema

Niente ansia se il vostro piccolo rigurgita piccoli quantitativi di latte durante o subito dopo la poppata quando fanno il “ruttino”.

Questo sintomo, che di solito è dovuto a un’alimentazione troppo veloce, col tempo si risolve, da solo.

La presenza di rigurgiti frequenti può essere dovuta anche a un numero eccessivo di pasti.

Se il lattante rigurgita senza stare male e ha una crescita normale non è niente di preoccupante.

Se invece il neonato vomita di continuo quantitativi di latte e interrompe il pasto piangendo o la sua crescita rallenta o si assiste alla presenza di altri sintomi concomitanti è necessario consultare il pediatra.

Le piccole attenzioni da tenere presenti, comunque, sono l’uso di una ‘tettarella’ con fori più piccoli in modo che si rallenti la poppata, e la posizione verticale del bambino, bene appoggiato al petto, per agevolarne l’eruttazione in modo che non si crei aria nello stomaco, e l’attesa di 10-15 minuti tra una poppata e l’altra.

Nella culla, inoltre, il neonato deve essere coricato preferibilmente sul fianco sinistro per ridurre la pressione sullo stomaco.

Se si adopera il latte artificiale non è necessaria la sostituzione ma è bene accertarsi di diluirlo come da prescrizioni. Il pasto può essere reso più denso dall’aggiunta di crema di riso o di cereali o farina di semi di carruba. Vi sono, poi, vari tipi di latte opportunamente “ispessiti”, ma la scelta deve essere fatta dal pediatra.

Un ulteriore tentativo può essere quello di sedere il piccolo su un seggiolone che lo tenga in posizione semiverticale per parecchie ore al giorno.

Aspirina, attenzione ai piccoli!

L’aspirina è da evitare nei bambini di età inferiore ai 12 anni, sia come antifebbrile che come antidolorifico, in presenza di malattie di origine virale (ad esempio influenza, varicella) per il rischio della rara quanto grave malattia, soprannominata ‘sindrome di Reye’.

In generale si può dire che i lattanti e i bambini piccoli reagiscono diversamente dagli adulti a molti farmaci in quanto certe funzioni dell’organismo sono ancora in via di sviluppo.

Così pure è sconsigliabile l’uso di antifebbrili contenenti la noramidopirina (come ad esempio la Novalgina) responsabile, anche se raramente, di danni a carico del sangue.

Se dovesse essere necessario l’utilizzo di farmaci, per esempio per togliere il dolore e la febbre, è bene dare la preferenza a preparati che contengono paracetamolo.

Quando il piccolo si ammala spesso

I farmaci “immunostimolanti” vengono spesso impiegati per stimolare le difese organiche dei bambini, ma a tutt’oggi le loro proprietà terapeutiche non sono state ancora dimostrate e non c’è ragione di sollecitare il medico perché li prescriva al piccolo paziente.

Capita spesso che un bambino, soprattutto nel primo anno di frequenza dell’asilo nido o della scuola materna o per il sol fatto di avere il fratello maggiore che va a scuola, si ammali più volte anche nell’arco di un breve periodo: viene infatti a contatto con molte sorgenti di microbi.

Si tratta quasi sempre di infezioni respiratorie virali che si manifestano soprattutto nei mesi freddi. Trascorso il primo anno di vita in comunità, le infezioni di questo tipo diminuiscono sino a verificarsi in rari episodi ed è così che si dice che “il bambino si è fatto gli anticorpi”.

Crisi genitale

Non si tratta di un vero e proprio disturbo, o di una malattia, si manifesta in tutti i bambini in modo e con entità differenti. Non dipende dal decorso della gravidanza o da particolari caratteristiche della madre, è un fenomeno che non deve destare paure e preoccupazioni eccessive.

Si presenta solitamente nei primi giorni di vita del bebè e scompare nel giro di poche settimane in modo del tutto spontaneo. Ciò dovrebbe rassicurare genitori troppo apprensivi.La durata media è di due, tre settimane, anche se a volte nei maschietti dura un po’ più a lungo.

In alcuni bambini si manifesta con entità più evidente tanto da destare la preoccupazione dei genitori. Si presenta con sintomi differenti tra maschietti e femminucce.Nelle bambine è caratterizzata da secrezioni prodotte dalle ghiandole della mucosa vaginale, vanno rimosse delicatamente durante la pulizia del neonato.

Si sconsiglia l’uso di detergenti aggressivi, inoltre si deve praticare una pulizia accurata che vada dalla vagina all’ano, tra le grandi e le piccole labbra. E’ opportuno ricorrere al pediatra se le perdite dovessero risultare di un colore giallo-verdastro e maleodoranti, si tratterebbe di un’infezione.

 

Frequentemente si osservano per le prime 3-4 settimane di vita sporadiche perdite lattescenti o piccole chiazze rosse che macchiano il pannolino.Niente paura! Bisogna solo attendere la scomparsa del fenomeno senza ricorrere a cure particolari.

Nei maschietti la crisi genitale prende il nome di “idrocele”. Si tratta della presenza di liquido all’interno dello scotro nei primi mesi di vita e non è associato a dolore.

Può dipendere dalla cavità addominale, (basta sollevare lo scotro e il “disturbo”scompare), oppure essere una raccolta ben delimitata che scompare nel giro di pochi mesi. Tuttavia l’idrocele può essere facilmente scambiata con l’ernia.

Per verificare ciò basta avvicinare una pila allo scotro ,e se il fascio di luce è visibile anche dall’altra parte ,si tratta di idrocele ,altrimenti si deve ricorrere al pediatra perché si tratta di un’ernia.In alcuni casi si è verificato,in entrambi i sessi ,un aumento di volume delle ghiandole mammarie ,accompagnato da un ingrossamento dell’areola e del capezzolo e dalla presenza di liquido chiaro.

E’ assolutamente vietato cercare di “spremere” le ghiandole ,si correrebbe il rischi di provocare un’infezione.Sporadicamente la crisi genitale è accompagnata dalla presenza di acne ,chiazze rossastre o pustole sul viso del bambino.

Le cause di questo spiacevole fenomeno sono alcuni ormoni di origine sia placentare, che fetale.I segni di questo disturbo sono addirittura irrilevanti nei bambini pretermine, poiché sono stati meno tempo a contatto con gli ormoni che lo provocano.

Anche se è un fenomeno spiacevole non è pericoloso per il bambino.

La febbre nei bambini, piccoli consigli pratici: come intervenire in caso di febbre elevata?

L’aumento della temperatura corporea di un bambino mette quasi sempre in grande agitazione i genitori che temono di non riuscire ad aiutare il figlio nella maniera giusta.

Si parla di febbre in un bambino quando la sua temperatura corporea supera i 37° C sotto le ascelle, e supera i 37,5° in bocca o nel retto. Questa distinzione è opportuna non dimenticarla nell’utilizzo del termometro.

L’iperipessia, è invece la febbre molto elevata (quando sfiora i 41° C) ed è molto rara nel bambino.

La temperatura corporea, diversa da persona a persona, nei bambini, può aumentare anche in seguito a sforzi, ingestione di pasti o bevande calde, surriscaldamento dell’ambiente. Se la febbre nel bambino è dovuta ad una di queste cause non ci si deve allarmare troppo in quanto è una difesa naturale del corpo che reagisce agli attacchi esterni e l’aumento della temperatura aiuta a distruggere i germi. Se è contenuta (inferiore a 38,5° C) è infatti buona norma attendere almeno 24 ore prima di ricorrere ai farmaci.

Certo bisogna fare molta attenzione e sorvegliare costantemente le condizioni di salute del bambino, e controllare se ha uno strano pallore, se avverte una eccessiva inappetenza, se ha difficoltà respiratorie, il naso chiuso, tosse, mal d’orecchio, vomito e diarrea. Anche l’umore può indicare lo stato di salute del piccolo: la totale assenza di vivacità, la perdita della voglia di giocare, o il pianto continuo sono segni da tenere in considerazione.

Nelle 24 ore di attesa i genitori possono alleviare le sofferenze del figlio dandogli da bere dell’acqua, del tè deteinato, della camomilla o altre bevande gradite al bambino, ma che preferibilmente non contengano sostanze eccitanti.

Il bambino non va coperto troppo per consentire al corpo di traspirare e quindi di disperdere il calore. I pasti devono essere piccoli e facilmente digeribili: brodo, latte espremute di frutta sono l’ideale.

I farmaci antifebbrili (antipiretici) vanno di norma usati nei casi in cui la febbre provaoca disagio al bambino e di solito ciò si verifica per temperature superiori ai 38,5° C ascellari o ai 39° C rettali.

Quando si deve ricorrere ad un trattamento antipiretico, bisogna sempre chiamare prima il pediatra ed in ogni caso il componente attivo utilizzato per far scendere la temperatura al bambino è il paracetamolo in sciroppo o gocce (ad esempio la Tachipirina), somministrando da 10 a 15 mg ogni chilo di peso del bambino come prima dose. Se dopo un’ora non ha fatto effetto, somministrare una seconda dose di 10 mg/kg. Ripetere, se necessario, con 10 mg/kg ogni 6 ore, ma non oltre quattro volte al giorno.

Le gocce, qualora i figlio si rifiutasse di berle diluite nell’acqua, possono essere assunte con altre bavande non eccitanti.
E’ sempre bene far mangiare qualcosa al bambino prima dell’assunzione del farmaco per evitare disturbi allo stomaco.

Una valida alternativa all’assunzione del farmaco per via orale è è l’impiego delle supposte di paracetamolo. Il dosaggio va scelto in funzione dell’età del bambino: nei bambini fino a un anno, una microsupposta da 80-125 mg; da 1 a 6 anni, 1 supposta da 250-300 mg; oltre i 6 anni, 1 supposta da 500 mg. La somministrazione può essere ripetuta 2-3 volte al giorno.

I genitori di bambini che hanno avuto un attacco di convulsioni febbrili, indipendentemente dai gradi di temperatura, devono con il consenso del medico, intervenire subito con degli antipiretici, senza attendere l’aumento di febbre, per evitare il ripetersi di nuove crisi convulsive.

Stipsi

Di cosa si tratta
S’intende per stipsi una riduzione della frequenza delle evacuazioni, cui si associa solitamente aumento della consistenza delle feci ed, eventualmente, dolore alla loro emissione.

Non è corretto definire la stipsi in modo rigido basandosi su una valutazione matematica dell’intervallo in cui il bambino non evacui, in quanto i ritmi intestinali variano da individuo ad individuo.

Prima di pensare ad una vera e propria stipsi, è bene considerare la presenza di una regolarità nelle evacuazioni, non necessariamente giornaliera, che è in ogni modo un indice d’equilibrio funzionale dell’apparato digerente.

Riconoscere i sintomi

  • Dolore addominale (palpando l’addome il bambino avverte fastidio e si possono addirittura sentire zone più “dure” al tatto).
  • Meteorismo (ossia aumento della quantità di gas contenuta nell’intestino).
  • Presenza di tracce di sangue rosso vivo sulle stesse feci, causata dalla difficoltà dell’evacuazione o dalla formazione in sede anale di qualche piccola fissurazione della mucosa (ragade).
  • Nei casi di stipsi cronica, come del resto nell’adulto, si possono notare piccole dilatazioni (varici) delle vene emorroidarie, che peraltro regrediscono con il ristabilimento di un’adeguata regolarità dell’intestino.

Sintomi di allarme
Durata protratta della stipsi o rapida ricomparsa alla cessazione del trattamento.
Perdita involontaria di feci (encopresi) e/o di urine (enuresi) nel bambino che aveva acquisito la continenza.
Notevole aumento di volume dell’addome con episodi di vomito.
Progressiva alterazione del comportamento e della vivacità del bambino.

Primo trattamento
Aumento dell’apporto di fibre vegetali (insalata fresca, crusca, prodotti integrali) nell’alimentazione; per i lattanti di pochi mesi è utile somministrare acqua in cui sono state fatte bollire delle prugne.
Aumento dell’apporto di liquidi ma riduzione di quello di latte vaccino.
Clisteri (uno ogni giorno per tre giorni) o supposte di glicerina.
Lassativi blandi (è in ogni caso preferibile sempre l’assenso del pediatra).

Consultare il pediatra
Mentre è relativamente facile indagare sulle possibili cause della stipsi nel bambino più grande, il lattante richiede maggior attenzione, più che altro per escludere un’associazione della stipsi ad altre situazioni patologiche.

Cosa non fare
Abusare di lassativi, che devono essere eventualmente suggeriti dal pediatra.
Lasciare che il bambino mantenga le sue scorrette abitudini alimentari ma educarlo a mangiare i cibi più utili a stimolare l’intestino evitando il più possibile “pasticci” a tavola.

Malattie infettive

Le malattie infettive più comuni nel bambino sono le cosiddette malattie esantematiche,quali il morbillo,la scarlattina, la rosolia, la varicella, la quinta malattia (o megaloeritema) e la sesta malattia.

Sono caratterizzate da un’eruzione cutanea,cioè della pelle,a macchie evidenti, l’esantema appunto. Ed è proprio la presenza dell’esantema che, in genere, permette al pediatra di riconoscere la malattia.

Ogni eruzione, infatti, ha un aspetto caratterizzante e tende a seguire un decorso particolare, a seconda del virus o del batteriche l’ ha provocata, ossia appare in un punto del corpo e si diffonde in un altro secondo regole diverse.

Tra le malattie infettive ci sono anche la parotite, meglio conosciuta come orecchioni, e la pertosse. Entrambe sono facilmente riconoscibili dalle loro manifestazioni tipiche. Sebbene siano più frequenti nell’infanzia, queste malattie possono presentarsi anche in età adulta, seppur raramente. In questo caso si presentano con sintomi più accentuati e un maggior rischio di complicazioni.

Si tratta, comunque, di un’eventualità che può verificarsi se l’adulto non è immunizzato,cioè vaccinato o abbia mai contratto la malattia durante l’infanzia.

Le malattie infettive, in genere, sono molto contagiose e possono essere trasmesse per contatto diretto o attraverso l’aria, tramite il muco o la saliva del bimbo malato, oppure respirando le goccioline infette emesse tossendo, starnutendo o anche solo parlando. Il virus o il batterio, infatti, penetrano nell’organismo attraverso le mucose del naso o della gola.

Di norma il bimbo colpito dalla malattia viene isolato per evitare il contagio agli altri membri della comunità. Significa che il bambino viene tenuto lontano dal contatto con altre persone che non siano il nucleo familiare stesso,e a volte anche dai fratellini.

Per i bambini scolarizzati significa che rimangono a casa da scuola, per il periodo stabilito dal pediatra. Una volta contratta la malattia ci si immunizza per tutta la vita, cioè non ci si ammala una seconda volta. Gli anticorpi che l’organismo ha prodotto, infatti, durante l’infezione,difendono il corpo dal virus o dal batterio responsabile.

In alcuni casi bisogna assolutamente tenere il bambino ammalato lontano da certe categorie di persone,quali donne in attesa e neonati. In particolare i malati di rosolia,varicella o quinta malattia devono evitare i contatti con donne in gravidanza, perché se non immunizzate possono avere complicazioni serie per il feto; i malati di pertosse e di varicella dai neonati, perché nei primi mesi di vita il bimbo non è protetto da queste malattie,che se contratte possono causare conseguenze pericolose.

Se malato e “soggetto a rischio” fanno parte della stessa famiglia sarebbe necessario spostare uno dei due in un’altra casa, per esempi dai nonni,ai primi sintomi fino a quando il pericolo di contagio non sia superato. Se si sospetta che il contagio sia avvenuto ugualmente, il medico può prescrivere delle immunoglobuline (sostanze contenenti anticorpi estratti dal sangue umano che conferiscono una protezione immediata, anche se di breve durata, contro le diverse malattie infettive), per tentare di combattere subito l’infezione.

In genere,le immunoglobuline vanno date non oltre 72 ore dal contagio, anche se non sempre sono efficaci. Lo strumento più efficace per prevenire il rischio di contagio della malattia infettiva è la vaccinazione, che svolge un ruolo fondamentale, in quanto anche se le malattie infettive contratte nell’infanzia non lasciano conseguenze, ad alcune si possono associare serie complicazioni. Ciò riguarda, in particolare,malattie come il morbillo, la rosolia, la parotite, la pertosse e la varicella.

In Italia, le vaccinazioni contro il morbillo, la rosolia, la parotite e la pertosse sono raccomandate ma non obbligatorie; quasi tutti i pediatri, comunque,consigliano di eseguirle perché gli effetti collaterali, anche se indesiderati,sono irrilevanti. In ogni caso, prima di praticare una vaccinazione è necessario accertarsi sullo stato di salute del bimbo, magari facendo un salto dal pediatra.

Il neonato allattato al seno materno è più protetto, rispetto ad un altro allattato artificialmente, dalla maggior parte delle malattie infettive,grazie agli anticorpi trasmessi dalla mamma.

Fino a 6 mesi, infatti, il bimbo ha una specie di immunità naturale,che gli è stata garantita dalla mamma, nel corso della gravidanza e durante l’allattamento.

Otiti

Di cosa si tratta
Per “otite” s’intende un’infiammazione dell’orecchio, per lo più di causa infettiva.
Le più recenti statistiche italiane dimostrano che l’esperienza di almeno un episodio di otite è comune alla quasi totalità dei bambini in età scolare.

Ciò è dovuto sia alla facilità di trasmissione dei microrganismi patogeni, soprattutto nelle comunità (asilo nido, scuole materne), sia a regioni anatomiche (nel bambino gola e orecchio sono in diretta comunicazione) e immunitarie (nell’organismo del bambino il sistema difensivo giunge a completa maturazione solitamente tra l’ottavo e il decimo anno di vita).

Riconoscere i sintomi
• Mentre nel bambino più grande la diagnosi non pone particolari difficoltà per i genitori, l’otite del lattante potrebbe sfuggire anche alla madre più attenta.
• Non sempre, infatti, l’otite è accompagnata da una febbre rilevante, mentre in gran parte dei casi provoca dolore anche molto intenso.
• Il bambino di pochi mesi, anche in apparente stato di benessere, diventerà allora irrequieto, tenderà a svegliarsi di notte e a piangere insistentemente e senza chiare ragioni.
• Ogni paziente potrà naturalmente presentare un’evoluzione diversa, come ad esempio l’estensione dell’infiammazione alle vie aeree superiori o la comparsa di sintomi gastrointestinali.
• È infine utile rilevare che in molti casi è il pediatra, nel corso della visita del bambino, a scoprire un’otite incipiente o magari fino in quel momento ignorata o non correlata agli eventuali sintomi avvertiti dal soggetto.

Sintomi di allarme
• Brusca riduzione dell’udito.
• Fuoriuscita dall’orecchio di materiale purulento.
• Attenuazione della reattività del bambino agli stimoli esterni, accompagnata per lo più da sonnolenza o torpore.
• Febbre molto elevata.

Primo trattamento
Antipiretico se la febbre supera i 38 °C.
Gocce anestetiche nell’orecchio dolente nell’attesa della visita pediatrica.

Consultare il pediatra
• Se un lattante manifesta agitazione e facile irritabilità.
• Se un bambino si lamenta del male alle orecchie.

Limiti di attesa
Benché molti casi di otite siano inizialmente di origine virale (l’antibiotico quindi non sarebbe teoricamente necessario), è frequente la sovrapposizione di un’infezione di tipo batterico, che richiede una terapia specifica.
Pur non trattandosi di una situazione d’urgenza è bene quindi rivolgersi al pediatra dopo un giorno se la semplice cura sintomatica (gocce anestetiche) non ha avuto effetto oppure al più presto se i sintomi compaiono rapidamente e hanno notevole intensità.

Cosa non fare
• Somministrare antibiotici senza prima il consenso del pediatra.
• Sospendere il ciclo di terapie antibiotica fino al suo completamento, nemmeno in caso di apparente e completa guarigione in breve tempo.
• Lasciarsi scoraggiare da eventuali effetti collaterali dell’antibiotico prescritto (diarrea, comparsa di manifestazioni d’intolleranza) ma informare al più presto il pediatra che darà le indicazioni del caso.
• Esporre il bambino a brusche variazioni di temperatura.

Polmoniti

Di cosa si tratta
La polmonite è un’infezione dei polmoniti, che causa la formazione di una raccolta di liquido negli alveoli polmonari (le unità elementari che formano i polmoni). Inizialmente la causa è un’infezione virale nella maggioranza dei casi, sono tuttavia frequenti le sovrainfezioni batteriche.

Le polmoniti batteriche hanno la tendenza ad avere un esordio improvviso, con febbre più alta (spesso superiore a 40°C). Le polmoniti, dal momento che in genere rappresentano complicanze di infezioni delle prime vie respiratorie, non sono considerate contagiose.

Riconoscere i sintomi

  • Difficoltà respiratoria.
  • Respiro rapido e superficiale.
  • Talvolta dolore durante la respirazione.
  • Tosse.
  • Febbre, talvolta associata a brividi (polmoniti batteriche).

Primo trattamento
Febbre e dolore toracico
Somministrazione paracetamolo ogni 4 – 6 ore al dosaggio appropriato in base al peso del bambino.

Crisi di tosse
Queste crisi sono di solito dovute alla presenza di muco poco fluido nella parte posteriore della faringe.
La somministrazione di bevande tiepide è utile. Non si deve assolutamente fumare nei pressi del bambino.

Umidificazione dell’ambiente
L’aria secca tende a far peggiorare la tosse. Nella stanza del bambino dovrebbe essere usato un umidificatore, preferibilmente ad ultrasuoni.

Sintomi di allarme

  • Aumento della difficoltà respiratoria.
  • Divengono visibili retrazioni costali.
  • Le labbra assumono un colore violaceo.
  • Il bambino ha difficoltà ad espellere l’aria dai polmoni o lo fa rumorosamente.
  • Le condizioni generali peggiorano.

Consultare il pediatra
Se la febbre è ancora presente dopo 48 ore la prima somministrazione dell’antibiotico.
Se il bambino non è in grado di assumere una quantità sufficiente di liquidi.
Se il bambino non riesce a dormire.

Cosa non fare
Somministrare antibiotici o sedativi della tosse di propria iniziativa.
Interrompere la somministrazione dell’antibiotico ai primi segni di miglioramento.

Raffreddore

Di cosa si tratta
Il “raffreddore” è un’infezione virale delle vie aeree superiori (naso e gola). Il virus è trasmesso da una persona all’altra per contatto diretto (mani, tosse, starnuti) e non a causa di “raffreddore”. Non esiste immunità, i virus che causano queste infezioni sono oltre 200, e quindi in media un bambino può essere colpito 6 – 7 volte l’anno da questo tipo d’infezione.

Riconoscere i sintomi

  • Naso chiuso o gocciolante
  • Di solito associate febbre e mal di gola.
  • Talvolta presenti tosse, raucidine, congiuntivite, ingrossamento delle ghiandole del collo.

Primo trattamento
Febbre
Somministrare paracemolo ogni 4 – 6 ore al dosaggio appropriato in base al peso del bambino.

Tosse e raucidine
Se la tosse interferisce con il sonno somministrare un calmante tipo destrometorfano. Umidificare l’aria. Offrire una maggiore quantità di liquidi, dolcificati con miele.

Mal di gola
Possono essere utili gargarismi con una soluzione salina (un cucchiaino da caffè di sale da cucina in un bicchiere d’acqua) o di bicarbonato (alla stessa dose).

Naso chiuso
Fare dei lavaggi nasali con soluzione fisiologica. Quest’operazione è particolarmente importante nei lattanti, che non sono in grado di respirare con la bocca. Nei casi più resistenti usare gocce nasali contenenti vasocostrittori.

Le gocce nasali contenenti vasocostrittori non devono essere utilizzate per più di cinque giorni, dal momento che queste sostanze possono irritare e rendere più congesta la mucosa nasale. Umidificare l’ambiente (preferibilmente con un umidificatore ad ultrasuoni).

Consultare il pediatra
Se la febbre dura più di tre giorni.
Se la tosse dura più di due settimane.
Se il bambino si lamenta di dolore all’orecchi.
Se la secrezione oculare o nasale diviene giallastra.
Se il bambino non riesce ad assumere una sufficiente quantità di liquidi (pericolo di disidratazione nei bambini più piccoli).

Sintomi di allarme
Il bambino ha un respiro difficoltoso o superficiale e rapido.

Cosa non fare
Somministrare di propria iniziativa farmaci di alcun genere. Nella può abbreviare la durata di un raffreddore.
Evitare in maniera particolare le preparazioni contenenti diversi farmaci, in ragione del rischio maggiore di effetti collaterali che questi farmaci comportano.

Cosa fare se ha la tosse

La tosse è una reazione naturale dell’organismo che ha bisogno di liberare la gole e i bronchi da ciò che rende difficoltosa la respirazione, come il muco in eccesso o un corpo estraneo.

I due tipi più comuni di tosse

Tosse secca
Questo tipo di tosse non è accompagnata dalla presenza di catarro, compare in genere all’improvviso e può segnalare un’irritazione delle vie respiratorie come, per esempio, una tracheite. Può manifestarsi anche se il bimbo ha ingoiato un corpo estraneo, i colpi di tosse in questo caso cercano di espellere l’oggetto.

Se il dispurbo compare soprattutto di notte può segnalare un principio di asma, in questo caso è bene rivolgersi al pediatra per stabilire una cura. Il disturbo può essere causato anche dall’ambiente in cui sta il bambino, l’aria troppo secca o la presenza di polvere o di fumo hanno, infatti un’azione irritante sulle vie respiratorie.

Tosse grassa
Questo tipo di tosse è provocata da un eccessivo accumulo di catarro nelle vie respiratorie. In generale segnala un’infezione o un’infiammazione di origine virale o batterica delle vie aeree ed è spesso accompagnata da raffreddore e, talvolta, da qualche linea di febbre.

La tosse grassa può comparire in ogni stagione; d’inverno di solito è legata al raffreddore, ma anche il troppo caldo può favorirla; questo tipo di tosse comunque è contagiosa. Quando le vie respiratorie sono infiammate, vi è un aumento delle secrezioni, e la tosse grassa ha lo scopo di eliminare il catarro in eccesso.

Perciò è sbagliato dare al piccolo farmaci sedativi per la tosse, servono invece, i mucolitici che sciolgono il catarro e ne facilitano l’eliminazione. Bisogna far bere al bambino delle bevande tiepide, come tè deteinato o la camomilla dolcificati con il miele. L’ambiente deve essere ben umidificato.

La pertosse
La pertosse è una malattia infettiva causata da un batterio, il Bordetella pertussis, che si trasmette per via aerea attraverso le goccialine di saliva. La pertosse si manifesta con attacchi di tosse dal caratteristico urlo, soprattutto di notte. Nei neonati può dare complicazioni come otiti, bronchiti e, in alcuni casi, encefalopatie. Contro la pertosse esiste, però, la vaccinazione. Il vaccino viene somministrato in tre dosi (a 3, 5 e 11 mesi) tramite un’iniezione nella coscia. Un richiamo è previsto ai cinque anni di età.

I rimedi
In presenza di tosse secca sono indicati i farmaci (gocce o sciroppo prescritti dal medico) sedativi della tosse, in grado di calmare lo stimolo a tossire ed è consigliato l’uso dell’umidificatore durante la notte.

Con la tosse grassa il pediatra prescriverà farmaci fluidificanti e mucolitici che aiutano a sciogliere la secrezione di muco e catarro, rendendole più facilmente eliminabili.

È sbagliato ricorrere subito alle medicine. La tosse è un naturale meccanismo di difesa dell’organismo. Sopprimere la tosse, può, anzi, risultare dannoso, in quanto rende più difficoltoso al pediatra capire di che cosa si tratta esattaemnte.

Quando chiamare il pediatra
In generale la tosse del bambino dura solo pochi giorni e non è il caso di intervenire subito con dei farmaci. Occorre, invece rivolgersi al pediatra se persista da più di due settimane. Se si tratta di un neonato, il pediatra va chiamato dopo tre giorni di tosse continua.

Quando il bebè appare molto affaticato è bene chiamare il medico, soprattutto in seguito a una crisi di tosse. Occorre portare il bambino al pronto soccorso se respira con difficoltà ed emette fischi o se le labbra diventano bluastre, potrebbe aver ingerito un oggetto che ostacola la respirazione.

Il mio bambino ha mal di orecchie: sarà otite?

Il mal d’orecchio è piuttosto frequente nei primi anni di vita del bambino ed è spesso associato ad un raffreddore mal curato. I sintomi che fanno capire se si è di fronte ad un’otite sono il dolore all’orecchio,la fuoriuscita di pus dall’orecchio,qualche linea di febbre e la difficoltà di ascoltare le voci circostanti.

Per capire se si tratta davvero di otite bisogna guardare internamente all’orecchio,quindi rivolgersi al pediatra che farà diagnosi e darà la cura adeguata.

Va detto che ci sono due tipi di otite:quella media e quella esterna.La prima è la più frequente e la peggiore,in quanto interessa l’orecchio medio sede di timpano e apparato uditivo.La seconda è un’infezione esterna dell’orecchio,dolorosa come quella media ma più semplice da curare.

Lo schema sottostante aiuta a capire l’otite e ad affrontarla con un po’ più di serenità.

OTITE MEDIA

CHE COS’E‘: infiammazione dell’orecchio medio,sede di timpano e apparato uditivo;a provocarla sono infezioni causate da virus e batteri che arrivano all’orecchio attraverso la tuba di Eustachio,quel piccolo canale che unisce l’orecchio al naso e che ha la funzione di impedire alle secrezioni nasali di arrivare all’orecchio e di mantenere il corretto equilibrio tra la pressione all’interno del corpo e quella dell’esterno.

CAMPANELLI D’ALLARME: i sintomi con cui si presenta sono:dolore all’orecchio;febbre anche alta;diminuzione dell’udito;fuoriuscita di pus(quest’ultima però non sempre si verifica).

LA CURA ADEGUATA: il più delle volte il problema è dovuto ad un’infezione batterica che per essere eliminata necessita degli antibiotici,i quali sono fortemente raccomandati quando:il bimbo ha meno di due anni;ci si trova di fronte a otiti ricorrenti;è avvenuta una perforazione del timpano.

Bisogna sapere che non sempre se il dolore è scomparso vuol dire che il bimbo è guarito e si può sospendere la cura.Occorre quindi attenersi alle indicazioni del pediatra,completando la cura prescritta e facendo ricontrollare l’orecchio prima di sospendere l’antibiotico.

OTITE ESTERNA

CHE COS’E’: infiammazione della parte visibile dell’orecchio(padiglione auricolare e condotto uditivo esterno). A causa dei sintomi (dolore,diminuzione dell’ udito,pus)questo tipo di otite può essere confuso dai genitori con l’otite media,ma la visita specialistica consente di chiarire subito di quale genere di otite si tratta.

A differenza infatti dell’otite media,l’otite esterna è solo una malattia della pelle che si manifesta con dei minuscoli taglietti,spesso provocati da un eccesso di pulizia (es.bastoncini con le punte ricoperte da cotone),che si possono infiammare a causa della presenza di batteri e funghi.

LA CURA ADEGUATA: consiste semplicemente in un’accurata pulizia dell’orecchio con soluzioni disinfettanti(acqua borica)e nell’applicazione di gocce antibiotiche.Soltanto nei casi più gravi si consiglia una terapia antibiotica generale.

PREVENIRE E’ MEGLIO CHE CURARE: L’otite compare molto spesso come complicazione di un raffreddore o di una faringite;per prevenire il mal di orecchie è necessario pulire bene il naso con soluzione fisiologica;è bene non passare molto tempo col bimbo in luoghi affollati, dove virus e batteri si trasmettono con più facilità; se possibile allattare il neonato al seno per almeno sei mesi allo scopo di trasmettergli gli anticorpi necessari a difendersi dai germi;evitare in ogni caso di esporre il bimbo al fumo passivo,altamente dannoso alla salute.

L’obesità infantile

Non sempre un bambino paffutello è il ritratto della salute,anzi,i chili di troppo potrebbero essere il segnale che il piccolo si sta avviando ad avere problemi di soprappeso. L’obesità infantile quindi è diventata una vera e propria malattia,e gli obesi aumentano di anno in anno.

L’obesità è caratterizzata da un eccesso di grasso rispetto al peso ideale.

Non si conoscono le cause precise che portano all’obesità,sicuramente è una malattia che dipende da più fattori. Senza dubbio c’è una componente genetica che influisce per il 70%,ma il restante 30% è legato allo stile di vita e all’alimentazione.
VITA SEDENTARIA,COLAZIONE INADEGUATA O INESISTENTE,ECCESSIVI FUORIPASTO,POCA FRUTTA E VERDURA,POCHI CEREALI,POCHI LEGUMI E PESCE,sono gli errori più comuni che portano,a lungo andare,all’obesità.

L’obesità infantile,oltre ad essere una malattia di per sé,rappresenta un fattore di rischio per l’età adulta. Secondo delle statistiche,infatti,il 40% dei bimbi in obesi è destinato a rimanerlo anche in età adulta. Inoltre l’obesità infantile predispone ad altre malattie,come l’ipertensione e il diabete. Per questo occorre cercare di impostare,già dall’inizio dello svezzamento,un rapporto corretto con il cibo.

I consigli da seguire per evitare l’obesità infantile sono:

  • Allattare esclusivamente al seno almeno fino al sesto mese (senza aggiungere altri cibi);
  • far consumare al bambino 4-5 pasti al giorno con una corretta suddivisione delle calorie;
  • limitare i fuoripasto;
  • equilibrare la dieta del bambino con pochi grassi e proteine di origine animale favorendo frutta,verdura,legumi e cereali,meglio se integrali;
  • limitare gli zuccheri,specie quelli a rapido assorbimento come quelli delle merendine e preferire quelli a lento assorbimento,quali pasta e riso;
  • non insistere perché il bimbo finisca la pappa in quanto i piccoli si autoregolano potranno recuperare ai pasti successivi;
  • abituare il bambino ad un’attività fisica regolare.

Fertilità, con i fibromi i figli si fanno

“Operata all’utero per fibromi, peccato che non potrà più avere figli”.

E’ quanto si è sentita dire Francesca uscita dalla sala operatoria. O meglio, è quanto ha sentito che un ginecologo commentava alla sorella del suo fidanzato.

Ancora un poò stralunata, ha fatto forza su se stessa per poter parlare con ostentato disprezzo: “Dottore, lei ritiri subito quello che ha detto, perché io e i miei fratelli siamo la prova del contrario. Nostra madre, con il suo utero fibromatoso, ci ha partoriti, ed è sempre dovuta ricorrere a sistemi anticoncezionali per non avere altri figli.”

Ed è proprio così. Con i fibromi i figli nascono lo stesso, anzi, potremmo dire, che essi sono in fondo, nonostante tutto, la prova della fertilità della donna. E’ importante, però, essere a conoscenza della propria condizione di salute, ed è bene, pertanto, che i controlli ginecologici vengano effettuate anche alle adolescenti che sembra che non abbiano nulla di strano.

Prevenire, dice un proverbio, è meglio che curare ed in questo caso scoprire a cosa si può andare incontro nel corso degli anni, delle volte è possibile ed è più facile arrivare prima alla migliore risoluzione del problema.

La fibromatosi è una patologia che si può tenere sotto controllo ma bisogna capire a chi affidarsi, in quanto il ginecologo deve saper dare la cura appropriata ed essere in grado di praticare un intervento chirurgico, cosa, purtroppo, non sempre scontata.

Non sono rare le volte in cui viene effettuata un’isterectomia totale, ovvero l’asportazione dell’intero organo riproduttivo femminile quando lo si poteva evitare: d’altronde si corre meno il rischio di sbagliare, in quanto più facile togliere un organo che intervenire su di esso.

La donna che scopre di avere l’utero fibromatoso deve prima di tutto capire qual è il suo problema, mettendo da parte paure e non scegliendo il ginecologo perché donna o uomo, ma perché coscienzioso e nello stesso tempo risoluto.

Le coliche nel neonato, cosa fare

Il pianto continuo del bambino durante i primi mesi di vita deve subito fare pensare all’eventualità che il piccolo soffra di coliche. Un terzo dei neonati deve vedersela con questo disturbo che non deve allarmare più di tanto i genitori in quanto non è nulla di grave.

Come si manifesta: il bimbo piange per più di tre ore al giorno, il viso si arrossa, l’addome si tende,flette le cosce sulla pancia, e delle volte emette gas dall’intestino.

Le cause della ‘colica gassosa’ si ignorano: potrebbe essere l’aria presente nell’intestino o l’agitazione del piccolo a provocarle e comunque il neonato di solito è sano, mangia e cresce bene.

Certo il pediatra deve accertare che si tratti di quel semplice malessere e, comunque, tende a scomparire dopo il terzo-quarto mese.

I genitori possono aiutare il piccolo a sopportare i fastidi cullandolo un pochino, tenendolo in braccio, certo senza esagerare altrimenti si corre il pericolo di viziarlo. Per eliminare i dolori addominali si può provare a cambiare la posizione del neonato: mettendolo a pancia sotto potrebbe fuoriuscire l’aria in eccesso.

Come sedativo si può ricorrere ogni tanto al vecchio trucco di somministrare direttamente sulla lingua, un cucchiaino di acqua e zucchero. L’operazione può essere ovviamente ripetuta nel corso della giornata ma se non si nota alcun effetto entro 2 giorni non serve proseguire più a lungo. Non esistono farmaci che possano guarire il disturbo.

In rari casi, il pediatra interviene sulla dieta della madre, se allatta, escludendo il latte, i latticini e l’uovo, o sostituendo il latte artificiale.

Quando il neonato ha la diarrea

Innanzitutto bisogna capire cosa s’intende per diarrea. Non dovete, infatti, allarmarvi se vostro fiscio in fasce emette scariche liquide anzichè defecare, in quanto i lattanti di regola hanno frequenti scariche liquide, specialmente se non ingeriscono cibi solidi.

D’altronde potrete rendervi conto facilmente della salute del piccolo: se mangia e cresce vuol dire che va tutto bene. La diarrea è un’altra cosa, e, in particolare s’intende un maggior numero di evacuazioni rispetto alla norma, con feci acquose.

Si tratta di una delle malattie più frequenti in età pediatrica e non è strano che il piccolo ne soffra almeno un paio di volte l’anno. Dura in genere 2-3 giorni e, se adeguatamente trattata, se ne va via senza lasciare alcuna traccia del fastidioso disturbo.

Le cause possono essere intossicazioni alimentari, infezioni intestinali (spesso virali), o addirittura infezioni in altre parti del corpo come l’influenza o anche l’otite.

Nella maggior parte dei casi si consiglia di non ricorrere all’uso dei farmaci, perchè possono essere dannosi e non contribuiscono a una pronta guarigione.

Il bambino può certo essere aiutato somministrandogli liquidi e magari sali minerali di cui ci si impoverisce con la diarrea.

La “reidratazione orale”, però, conviene farla dopo aver consultato il pediatra che provvederà ad indicare il prodotto più adatto e l’opportuna posologia che terrà conto del peso del bambino.

In generale il bambino berrà queste soluzioni, soprattutto nelle prime ore dall’inizio dei sintomi. Queste soluzioni, che di solito hanno uno sgradevole sapore, è più facile farle ingerire ai lattanti che ai bambini: questi ultimi, oltre il primo anno di età, spesso le rifiutano e, per renderle più gradite, provate a somministrarle fredde, a temperatura di frigorifero (dove si conservano), aggiungendo succo d’arancia oppure sciogliendole nelle bevande che il bambino beve abitualmente, senza zuccherarle, magari la camomilla, tè deteinato, miscele di finocchio e malva.

In genere non serve la sospensione dell’allattamento, soprattutto se il piccolo mostra di avere fame e di non avere disturbi nella digestione, nè tantomeno bisogna subito pensare che la diarrea sia provocata necessariamente dal latte artificiale, qualora lo si utilizzi.

Quest’ultimo, eventualmente, verrà somministrato insieme alla soluzione reidratante sotto le direttive del pediatra.

Il bambino più grande deve destare ancora meno attenzioni, in quanto si regola da solo accettando quello che gli va. Il digiuno prolungato non aiuta in alcun modo.

Diagnosi precoce di anomalie genetiche con l’amniocentesi

Anomalie genetiche: sono conoscibili prima della nascita?

Amniocentesi – Prelievo dei villi coriali

Alcune anomalie genetiche possono comparire già durante la vita intrauterina. Una accurata diagnosi precoce aumenta la possibilità di prevenire o alleviare gli effetti ad esse dovuti. Oggi è possibile fare diagnosi intrauterina di una serie di anomalie genetiche.

Una delle tecniche diagnostiche più conosciute ed effettuate è l’amniocentesi . Viene praticata prelevando un campione di fluido che circonda il feto (liquido amniotico),attraverso l’inserimento di un ago nell’addome inferiore di una donna gravida, nella cavità si aspira una quota di fluido.

Un punto interrogativo potrebbe riguardare la posizione del feto; ma a smentire ogni perplessità l’ecografia identifica esattamente il feto,rendendo relativamente sicura la procedura. Le cellule contenute nel liquido amniotico dopo 2-3 settimane vengono studiate per evidenziare eventuali anomalie cromosomiche ed altri difetti genetici.

Solitamente l’amniocentesi viene eseguita su donne gravide sopra i 35 anni ,poiché è maggiore il rischio di una Sindrome di Down. Oltre all’appena citata malattia genetica, questa procedura è utilizzata per identificare un’anomalia genetica nota come spina Bifida, consistente in una difettosa chiusura dell’impalcatura ossea del midollo spinale.

Questa procedura ha anche i suoi lati negativi. Innanzitutto la maggior parte delle anomalie genetiche evidenziate è incurabile, inoltre, risultati completi si possono ottenere soltanto nel secondo trimestre di gravidanza, quando ormai ricorrere alla drastica soluzione dell’aborto, oltre ad essere difficile dal punto di vista medico,è quasi impossibile da quello psicologico.

Per aggirare l’ostacolo tempo, si sta ponendo molta attenzione ad un’ altra tecnica, il prelievo dei villi coriali (cellule che costituiscono il contributo fetale alla placenta, identiche alle cellule del feto). Questa tecnica ,anche se ha un più alto rischio di infezioni rispetto all’amniocentesi, da la possibilità di ottenere i risultati nel primo trimestre. In questi casi il fattore tempo è determinante.

Il rachitismo, negli Usa si ripresenta una malattia rara

In America hanno rilevato un aumento di casi di rachitismo, malattia causata dalla carenza di vitamina D e che provoca indebolimento e scarso sviluppo delle ossa.

Il rachitismo era ormai sparito negli Stati Uniti, ma negli Ultimi 10 anni sono stati riportati 30 casi. Certo, non è un numero elevato, ma è emerso in quanto il 60% di questi casi si è verificato in soli 18 mesi.

Sembra che l’incremento di casi di rachitismo sia dovuto all’aumento dell’uso di creme solari e sembrerebbe che se da un lato i filtri solari proteggono dai possibili danni provocati dall’esposizione al sole, dall’altro impedisconola sintesi della vitamina D nel bambino.

I casi di rachitismo interessano bambini africani e americani alimentati con allattamento al seno.

I genitori devono stare attenti all’uso di creme solari e ricordarsi che, in ogni caso, l’allattamento al seno è la più sana nutirizione per i bambini.

Si consiglia di valutare con il pediatra una possibile integrazione di vitamina D nell’alimentazione del bambino ma non in quella della mamma.

Il rachitismo è una malattia, ormai di rarissima osservazione, caratterizzata da un difetto di calcificazione delle ossa, causata principalmente da una mancanza di Vitamina D e l’impegno attuale verte sulla prevenzione

La malattia si manifesta soprattutto durante il periodo di maggiore accrescimento osseo, in particolare nei primi due anni di vita.

E’ riscontrabile spesso solo con analisi del sangue (dosaggio di calcio, fosforo e soprattutto fosfatasi alcalina) o radiografie delle ossa.

Il fabbisogno giornaliero di Vitamina D nel bambino è di 400 U.I. (10 microgrammi) al giorno, nei prematuri è invece di 1.000 U.I. al giorno, per i primi mesi di vita.

La Vitamina D in parte si forma nell’organismo e in parte viene assunta con gli alimenti. La parte sintetizzata direttamente dall’organismo per potersi formare ha bisogno dei raggi ultravioletti del sole che trasformano la provitamina in essa contenuta in vitamina attiva. La quantità che si forma è in genere sufficiente per l’adulto, anche se é sempre condizionata dal clima, dal periodo di esposizione al sole e anche dal tipo di pigmentazione cutanea: più la pelle è scura meno vitamina D si forma.

Tra gli alimenti che contengono Vitamina D:

latte materno: 20 -100 U.I. al litro
latte vaccino: 20 U.I. al litro
latti artificiali: da 300 a 500 U.I. al litro
1 tuorlo d’uovo: 150-200 U.I
carne: 100 U.I. ogni 100 gr.
burro: 60 U.I. ogni 100 gr.
olio di fegato di merluzzo: 10.000-20.000 U.I. ogni 100 gr.

Allergie respiratorie

Di cosa si tratta
I bambini allergici producono anticorpi contro alcune sostanze inalate. Quando questi anticorpi vengono a contatto con la sostanza allergizzante, si osserva la liberazione di numerosi mediatori chimici che causano la comparsa dei sintomi.

La tendenza allergia è ereditaria: se uno dei genitori è allergico la probabilità di avere un figlio allergico è del 40%, se entrambi i genitori sono allergici questa probabilità sale al 75%. La forma più frequente di allergia respiratoria è la rinite allergica, che colpisce circa il 15% della popolazione.

L’asma è causata da una particolare reattività dei bronchi, che si restringono quando è inalata la sostanza allergizzante. Gli attacchi possono essere scatenati da infezioni virali a carico delle vie aeree, particolarmente nei bambini più piccoli.

Alle nostre latitudini gli allergeni più frequenti sono la polvere di casa ed i pollini di graminacee o parietaria.

Riconoscere i sintomi
Rinite allergica
Secrezione nasale trasparente, starnuti, prurito nasale.
Sintomi presenti durante la stagione dei pollini.

Asma
• Broncospasmo (“fischio espiratorio”).
• Attacchi ricorrenti di broncospasmo, tosse, oppressione toracica e difficoltà respiratoria.
• Spesso associata ad infezione delle vie respiratorie.
• Di solito non è presente febbre.

Primo trattamento
Asma e rinite allergica sono problemi cronici che richiedono un trattamento costante sotto controllo specialistico.
Iniziare precocemente la somministrazione dei farmaci prescritti per gli attacchi.

Aumentare la somministrazione di liquidi, che favoriscono la fluidificazione del muco presente in gola.
Umidificare gli ambienti domestici (preferibilmente con un umidificatore ad ultrasuoni).
Cercare di eliminare tutti gli oggetti che favoriscono l’accumulo di polvere (tappeti, tende, pupazzi di tessuto, ecc.).

Sintomi di allarme
• Il broncospasmo è intenso.
• La respirazione è difficoltosa.
• Il bambino non riesce a dormire.
• Le labbra diventano di colore violaceo.
•Il broncospasmo non migliora dopo la seconda somministrazione di farmaci.

Consultare il pediatra
• Se il bambino non riesce a bere.
• La secrezione nasale diviene giallastra.
• Il bambino sembra peggiorare.
• Il broncospasma non è complementare scomparso dopo cinque giorni di terapia.

Visite specialistiche
Saranno probabilmente necessarie delle consulenze allergologica, pneumologica e, in alcuni casi, psicologiche (malattia cronica).

Cosa non fare
• Ritardare l’inizio della somministrazione dei farmaci prescritti in caso d’attacco d’asma.
• Tenere in casa animali domestici, in particolare gatti.
• Fumare in casa.
• Farsi prendere dal panico in caso d’attacco d’asma.
• Impedire al bambino di svolgere attività fisiche, sportive o sociali a causa dell’asma.

Allergie varie del bambino

Le allergie sono reazioni eccessive dell’organismo nei confronti di sostanze di norma del tutto innocue come, per esempio, alcuni alimenti, la polvere, i pollini, il pelo degli animali e alcuni metalli. Il sistema immunitario, cioè di difesa naturale dell’organismo, della persona allergica individua nella sostanza cui è allergico, l’allergene, un nemico e, per combatterlo, reagisce producendo anticorpi.

I disturbi più comuni che compaiono in presenza dell’allergia sono: eruzioni della pelle, gonfiore o prurito; naso chiuso o aumento della secrezione nasale; occhi rossi,abbondante lacrimazione o prurito alle palpebre; crisi d’asma,difficoltà respiratorie o tosse secca; diarrea o vomito. Le allergie tendono a manifestarsi con particolare frequenza nei primi anni di vita.

Il sistema di difesa del bambino,infatti,non è ancora perfettamente sviluppato ed è più sensibile all’azione degli agenti esterni. In questa fase il piccolo è più esposto al pericolo di “sensibilizzazione allergica”,precedente alla comparsa della manifestazione vera e propria.

Non ci sono bambini che nascono allergici,ma che ereditano dai familiari la predisposizione all’allergia e le possibilità di sviluppare l’allergia aumentano a seconda della presenza o meno di persone allergiche in famiglia. Se,infatti,entrambi i genitori sono allergici la possibilità è del 50-80 per cento;se solo uno dei genitori è allergico il rischio è del 30-50 per cento;se in famiglia non ci sono persone allergiche il rischio è minimo,5-10 per cento.

I bambini allattati al seno corrono meno rischi di sviluppare un’allergia: il latte materno,infatti,rappresenta un efficace strumento di difesa del bambino,in quanto attraverso ad esso il piccolo riceve gli anticorpi necessari a rafforzare il suo sistema immunitario che contribuisce a ridurre la sua sensibilità agli allergeni. Le allergie possono manifestarsi in modo molto vario e produrre sintomi più o meno lievi,oppure danno origine a vere e proprie malattie.

Ecco le più diffuse:

L’ASMA BRONCHIALE: nella maggior parte dei casi è provocata dagli acari della polvere,dal pelo degli animali e dalle muffe;nei primi anni di vita può essere causata anche da infezioni virali. Si tratta di un’infiammazione delle vie aeree,bronchi e bronchioli. Determina una contrazione della muscolatura che circonda questi organi e un aumento della secrezione di muco.

Tali restringimenti provocano i sintomi tipici della malattia,cioè difficoltà respiratoria,sibilo e tosse. La cura dell’asma bronchiale varia in base alla serietà del disturbo;in genere si utilizzano farmaci che ne attenuano i sintomi come,per esempio,broncodilatatori o prodotti a base di cortisone. L’arma migliore contro l’asma rimane comunque la prevenzione.

LA CONGIUNTIVITE E LA RINITE: infiammazione della congiuntiva e delle mucose del naso,causata da un’allergia respiratoria ai pollini o alla muffa. L’infiammazione dà luogo,rispettivamente,alla congiuntivite e alla rinite. I sintomi tipici sono,per la congiuntivite,occhi rossi,abbondante lacrimazione,prurito alle palpebre, e per la rinite,naso chiuso e aumento della secrezione nasale. Solitamente sono allergie stagionali,che si verificano in genere in primavera,quando la concentrazione di polline o spore liberate da muffe raggiunge un certo livello.

LA DERMATITE ATOPICA: nota anche come eczema, è la malattia più diffusa tra i bambini,generalmente causata da allergie alimentari. Si manifesta attraverso arrossamento e secchezza della pelle,accompagnati da lesioni pruriginose localizzate sul viso o nelle pieghe della pelle. Per curare la dermatite atopica occorre idratare il più possibile la pelle e se necessario il pediatra può prescrivere una pomata al cortisone.

L’ORTICARIA: altro disturbo della pelle,l’orticaria di origine allergica è,in genere,scatenata dall’ingestione di alimenti o dai farmaci,o dal contatto con sostanze allergizzanti. E’ caratterizzata dalla comparsa di rilievi cutanei pruriginosi che tendono a sparire dopo dieci minuti per ricomparire in altri parti del corpo. Per curarla si usano gli antistaminici.

Bambini e sole: come evitare spiacevoli scottature!

La domanda che molte mamme si pongono in questo periodo dell’anno è: “a che età è sicuro cominciare ad usare prodotti solari per il mio bambino?”. Fino a qualche anno fa sembrava che non tutti fossero concordi sull’uso di solari protettivi su bambini fino a 6-7 mesi, in quanto non tutti i prodotti assicuravano di essere stati testati per questo tipo di età.

Anche se adesso molti dei prodotti in commercio contengono sostanze non dannose per le pelli delicate dei più piccoli, il modo migliore per proteggerli dai raggi solari rimane quello di tenerli all’ombra di un albero o sotto l’ombrellone e di coprire i bambini con vestiti adeguati, quali magliettine di lino o cotone e cappelli che li riparino anche durante le brevi esposizioni.

Il rischio di usare solari a protezione alta è quello che questi prodotti, a causa degli agenti chimici di cui sono composti, possano provocare reazioni allergiche o irritazioni una volta assorbiti dalla pelle, anche se il loro scopo è di creare una barriera protettiva verso i raggi del sole. Non c’è prova che le creme solari siano dannose o tossiche , ma è sempre bene ricordare che un bimbo di 6 mesi ha la pelle molto delicata e predisposta a qualsiasi tipo di sollecitazione esterna, per cui non è facile prevedere come possa reagire a prodotti di questo genere.

Se il bambino è già abbastanza grande per sopportare brevi esposizioni, ma lo si vuole comunque proteggere dagli effetti dannosi del sole, è bene osservare alcuni piccoli accorgimenti. Ricordate ad esempio che è sempre meglio non riutilizzare prodotti solari dell’anno precedente, anche se la confezione riporta una data di scadenza superiore e il prodotto si presenta con una consistenza ed un colore normali.

I pochi Euro che sarete riuscite a risparmiare non acquistando una nuova confezione potrebbero non rivelarsi una vantaggiosa economia se avranno comportato una spiacevole scottatura per il vostro piccolo!

Se la vostra preoccupazione invece riguarda il fatto che vostro figlio mette costantemente in bocca le manine dopo che gliele avete accuratamente spalmate di crema protettiva, potete tranquillamente evitare che ingerisca sostanze nocive utilizzando prodotti non chimici e quindi assolutamente sicuri per il piccolo. Un bambino in media mette in bocca le mani 64 volte in un’ora. Questo basta a convincere chiunque ad adottare poche piccole precauzioni!

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