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Il bullismo

Il bullismo è, oggi, un fenomeno in crescita. La parola “bullismo” indica un vero e proprio atteggiamento di persecuzione da parte di un gruppetto di “teppisti” nei confronti dei bambini “diversi” (il ragazzino magrolino o cicciotello, con gli occhiali o con i capelli rossi e le lentiggini).

Da una delle tante indagini fatte a livello locale (nelle città di Milano e Napoli) risulta che il 41% dei bambini delle elementari ha subito atti di bullismo almeno una volta. Secondo gli esperti di bullismo si può parlare tra i 6 e i 12 anni. Passata questa soglia si entra nella devianza vera e propria.

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Naturalmente non è detto che chi è stato bullo da piccolo da grande diventi un criminale. Però, secondo uno studio realizzato in Danimarca, risulta che il 60% dei bulli, una volta adulto, ha compiuto crimini più o meno gravi.

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Secondo gli esperti, le cause di tale fenomeno sono essenzialmente due:

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– televisione e videogiochi troppo violenti;

– assenza di figure genitoriali che possano trasmettere ai loro figli modelli e stili di vita conformi alle regole della convivenza pacifica e del rispetto reciproco.

Una volta che i genitori si accorgono che il proprio figlio è vittima di atti di bullismo (e il suo silenzio è già un campanello d’allarme) l’unico modo per aiutarlo è quello di minimizzare il singolo fatto criminoso subito ed esaltare le sue qualità. Nei confronti del figlio “teppista”, invece, bisogna aiutarlo a riflettere sul suo comportamento.

Inoltre, anziché videogiochi violenti è sempre meglio regalargli un qualcosa che possa stimolare la sua fantasia (magari un bel libro che gli permetta di “aguzzare” il suo ingegno).

Le fiabe piacciono al cervello dei neonati

Raccontare la fiaba attiva nei neonati l’emisfero sinistro. Mentre il silenzio lo spegne.

Lo dimostra un esperimento nella scuola degli studi avanzati di Trieste. Allo studio pubblicato sui Pnas hanno collaborato Francia e Giappone.

Gli scienziati hanno registrato la voce di donne italiane che leggevano fiabe e l’hanno fatta sentire a 12 neonati tra 2 e giorni.

Visualizzandone l’attività celebrale, hanno visto che l’emisfero sinistro diventava più attivo del destro. Ciò significa secondo gli esperti, che sin dalla nascita ci sono aree del cervello dedicate all’elaborazione del linguaggio.

I trucchi per un buon risveglio mattutino

La scuola è iniziata da alcuni giorni. Le lunghe e tanto desiderate ed amate vacanze estive sono giunte da circa un mese al termine. Le prossime vacanze sono oramai ben lontane.

Morale della favola? I nostri ragazzi rimpiangono i bei giorni passati trascorsi sotto le lenzuola, o tra le calde braccia di un dolce ozio quando l’unica cosa che li aspettava era l’impegno per una divertente partita a pallone con il vecchio amico dei giochi, o un giro in bicicletta con l’amichetta di turno.

I nuovi amici hanno bussato alla porta. Son molteplici e diversi ma hanno un unico denominatore comune: lo studio e quindi i compiti da fare.

Sveglia mattutina presto (e qui per sbizzarrirsi il commercio ne offre di molteplici e variegate sia per la forma che per i colori, ma in primis per la suoneria), una buona e ricca colazione, la messa in moto della macchina e si è tutti pronti per poter iniziare ogni lunedì mattina la settimana all’insegna dello studio.

In tutto questo calderone di voci e suoni, il nemico-amico da aiutare è l’adorato sonno, e quindi perché non farsi aiutare da alcuni semplici alleati che potrebbero rivelarsi fondamentali perché tutto si svolga nel miglior modo possibile?!

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Sarebbe quindi opportuno che tutto l’occorrente necessario per il giorno dopo (zainetto, vestito e sacca dello sport) fosse preparato dopo avere terminato i compiti o, al massimo, prima di andare a letto, così facendo si eviterebbe che la mattina i ragazzi scappino da una stanza all’altra della casa alla ricerca disperata dei loro attrezzi e abiti da lavoro, invece di sfuggire alla tentazioni provocatorie della loro principale fonte d’energia: la colazione.

Tra i consigli che possano sembrare i più banali, ma che, in realtà, restano il “number one” per una partenza alla grande consiste nel far coricare presto i piccoli, dato che oramai è risaputo che il sonno è la miglior fonte di nutrizione per l’uomo, affinché ci si possa ritemprare di tutte le energie spese durante il giorno.

Ai primi posti, nella scala dei valori, troviamo il dolce risveglio mattutino guidato da un’armoniosa orchestrazione sinfonica costituita dai caldi baci ed abbracci della mamma, e da alcune battute scambiate simpaticamente con il papà sulla giornata che li attende.

La mattina è di buona norma riuscire a fare tutto senza che il livello di stress si alzi. Sarebbe quindi più propizio che i vari dettagli della giornata fossero ben calcolati: dal bagnetto, alla prima colazione, all’eventuale passaggio dato all’amico che abita a due isolati da casa o ad un imprevisto che nel più dei casi rientra nella norma, ovvero la fuga verso la «salle de bain».

Quando, infine, si è tutti pronti, ben profumati e cambiati, via si parte pensando che non solo si lasceranno tra le mura domestiche tanti adorati amici familiari (mamme, papa, e gli amati giocattoli o compagni dei giochi), ma che le mura scolastiche non saranno di meno, in quanto è proprio in questo luogo che li aspetteranno i vecchi e nuovi amici per fantastiche e stabilanti avventure nate tra i banchi di scuola, ma che lasceranno il segno per i giorni che verranno.

Che cos’e’ il “Micronido”

Un problema comune a molte famiglie italiane è a chi lasciare il bambino quando mamma e papà sono al lavoro. Da anni ormai le liste d’attesa per gli asili nido sono diventate lunghissime, per fare un solo esempio pensiamo a Milano dove già da parecchi anni i bambini in attesa di essere ammessi a strutture pubbliche sono circa 2500.

Per risolvere questo angoscioso problema, e permettere allo stesso tempo al bambino di socializzare, e di prendere conoscenza della sua non unicità, nascono i cosiddetti “micronidi”.

Svariate sono le facce che il micronido può assumere, variano da città in città.E’ spesso un nido casalingo, con una mamma che si occupa di un gruppetto di bambini più o meno numeroso.

Questo tipo di micronido oltre a rassicurare molte mamme, permette di valorizzare economicamente lo stato di maternità, che di solito esclude dal mercato del lavoro, di queste mamme imprenditrici.

L’inserimento al micronido consente lo scambio sociale dei bambini, inoltre un rapporto più stretto, grazie alle dimensioni ridotte della struttura, tra educatrici e bambini.

La vera “chicca” di queste nuove strutture è la loro “capacità” di consentire inserimenti più personalizzati, una maggiore flessibilità negli orari, e soprattutto rassicurano i genitori più ansiosi che hanno bisogno di conoscere ogni minimo particolare della persona a cui affidano il loro bambino.

Molto importante è anche la possibilità che danno a madri che vivono da sole la gravidanza, di trovare un supporto fisico e morale, una persona amica che possa guidarle e rassicurarle. L’asilo famiglia sostituisce la famiglia numerosa di un tempo, i bambini giocano insieme a loro coetanei, condividono attività musicali, pappa e nanna.

La programmazione di queste strutture riservate all’infanzia è prerogativa delle regioni, le quali sono anche chiamate a promuovere l’istituzione di micronidi nei luoghi di lavoro.

A questo proposito lo scorso ottobre è stato firmato un protocollo d’intesa con l’Unione degli industriali per creare asili nido nelle aziende. Saranno messi a disposizione spazi e infrastrutture per accogliere non solo i figli dei dipendenti, ma anche i bambini ancora nelle liste d’attesa dei classici nidi comunali (quando ci sono!).

C’è però chi è contrario alle micro-strutture per l’educazione dei bambini, affermando “l’unicità” e l’utilità sociale dei nidi classici, verità questa incontestabile, tuttavia i micronidi sono la soluzione più “snella “ alle lunghissime liste d’attesa.

Non trovate?
A voi mamme il verdetto finale.

Come la nascita segna la sua personalità

Il momento della nascita può essere permeato di emozioni intense che faranno da scenario all’infanzia, e influiranno sul comportamento.

Il “transito”della nascita è necessario perché il bambino adatti i propri meccanismi interiori alla nuova vita, a volte non è un cammino tutto rosa e fiori. Possono insorgere complicazioni che, potranno causare l’insorgere di futuri problemi emotivi e psicosomatici.

L’inconscio di ogni uomo ospita le sensazioni che hanno caratterizzato il meraviglioso momento della nascita. Essa è il primo choc fisico ed emotivo prolungato che il bambino sperimenta, e non lo dimenticherà mai. Sono dei veri e propri momenti di piacere sensuale, dovuti alla totale immersione del bambino in liquidi caldi, e al dolce massaggio dei muscoli materni.

lo sviluppo dei bambini

Tuttavia vi sono dei momenti non proprio di piacere, ma caratterizzati da un forte dolore e paura. In un istante il bambino passa dal nuotare meravigliosamente in un bacino di liquido amniotico all’istante successivo, in cui si vede proiettato verso il canale della nascita.

COSA PUOI FARE TU, MAMMA, AFFINCHE’ TUO FIGLIO VIVA FELICE E SENZA TRAUMI DAL MOMENTO IN CUI VIENE AL MONDO?

Il tuo stato d’animo influisce molto sulla futura personalità del tuo bambino. Fino al quarto o quinto mese di gravidanza, la comunicazione tra una madre e il suo bambino è fondamentalmente interiore, attraverso i canali psichici.per questo motivo il tuo benessere psichico, oltre che fisico, è indispensabile.

Uno stato d’animo rilassato da parte tua renderà il momento della dilatazione meno doloroso e faticoso, lasciandoti più energie per coccolare il tuo bambino appena viene al Mondo.

Affinché il passaggio dal Mondo intrauterino, a quello extrauterino sia il meno traumatico possibile:

  • Comunica con lui durante la gravidanza
  • Durante la dilatazione respira in profondità, come hai imparato ai corsi preparto
  • Rilassati tra una contrazione e l’altra
  • Adotta una posizione comoda durante la dilatazione
  • Pensa positivo
  • Dirigi tutti i tuoi sforzi su tuo figlio

IL RIMEDIO AL TRAUMA
Respirazione olotropica
E’ una terapia naturale che cerca di alleviare e prevenire il probabile trauma, attraverso gli Stati Modificati della Coscienza, riducendo tutte le influenze negative. Si basa sul potenziale naturale di cura che ha il cervello.

Fa parte della psicoterapia sperimentale profonda di accesso al subconscio e agisce sulla mente con varie tecniche; ad esempio attraverso delle visualizzazioni che possono far risalire all’utero materno. Questa tecnica permette di entrare in contatto con quelle aree di cui normalmente non siamo coscienti, come la nascita.

NEI SUOI PRIMI MOMENTI DI VITA HA BISOGNO DI TE!
Nel giro di pochi istanti il piccolo viene espulso dal paradiso materno, per affacciarsi in un nuovo mondo, attraversato da potenti raggi, con strani esseri in camice verde che gli si presentano davanti.

Potete immaginare le migliaia di sensazioni che il vostro bambino prova in questi istanti! Abbracciate il vostro bambino appena nato e portatelo al vostro petto, fatelo sentire protetto e al sicuro tra le vostre braccia.

L’unica cosa che questo piccolo frugoletto necessita, sono le vostre coccole, il vostro calore e i vostri sguardi rassicuranti.sarà per voi una sensazione bellissime stringere a voi il vostro bambino, vi sembrerà come se lo facesse da sempre. Il tuo amore lo farà sentire amato, e ciò gli porterà enormi benefici; apprenderà in fretta, e sarà felice per il resto della sua vita.

TRACCE SUL SUBCONSCIO
La nascita può lasciare delle tracce profonde sul subconscio, che in futuro potrebbero portare delle conseguenze spiacevoli. Anche le emozioni che si vivono durante l’infanzia contribuiscono a dare forma alla percezione che avremo nel mondo, agiscono nello sviluppo di possibili problemi emotivi e psicosomatici.

PERCHE’ NASCA SERENO
Cercate di praticare esercizi di rilassamento profondo. Chiudete gli occhi, respirate lentamente, abbandonatevi totalmente mentre lasciate che il petto si abbassi nella fase espiratoria. Sentite il vostro corpo nella sua completezza e accettatelo pienamente.

Come spiegare la guerra in Iraq ai propri figli

Momento importante che mai dovrebbe accadere è il giorno in cui il proprio figlioletto, dopo aver visto in televisione gli orrori della guerra, chiede ai propri genitori spiegazione degli avvenimenti.

Non si può chiudere il discorso dicendo “non è niente, non ti preoccupare” o “sono cose che accadono in altri posti”, il bimbo non si accontenta. Prima non sapeva che potessero esistere cose del genere ed ora che ne è venuto a conoscenza non può fare a meno di interrogarsi sul loro perché.

Non possiamo dire: “sai, il capo di quel Paese è un tiranno ed ora stiamo cercando di eliminarlo per salvare il popolo, per farlo vivere finalmente felice”, perché in tv ci sono le facce disperate di migliaia di innocenti, vittime dei bombardamenti della nostra coalizione. Non si accontenterà sentendosi dire: “sai, è necessario per il meglio, per il domani, per chi vivrà dopo di loro”.

Sarà allora necessario, purtroppo, fargli capire che cos’è veramente la guerra, spiegargli che su questa terra le cose cattive esistono e che quella che si sta vedendo in televisione è la guerra degli adulti, che non è poi tanto diversa da quella dei ‘piccoli’, solo che gli effetti sono in proporzione più ‘grandi’.

Faremo bene poi a dirgli che i ‘piccoli’ sono investiti di un compito molto importante per evitare che la guerra cresca, perché bisogna incominciare modificare la propria, seppur piccola, vita, i propri sentimenti, le proprie conflittualità, i risentimenti che possono rovinare l’amicizia con il proprio compagno di scuola. Tutto questo deve finire con un grande sforzo di tutti, con un grande impegno, perché crescere veramente significa imparare il perdono.

Come combattere la crosta lattea

Questo spiacevole evento interessa la pelle del neonato, il cuoio capelluto. Si presenta nelle prime settimane di vita, e solitamente scompare da solo nei primi mesi.

E’un disturbo causato da un’eccessiva produzione di sebo, sostanza emessa dalle ghiandole sebacee.

Si manifesta sul cuoio capelluto perché è una zona dove le secrezioni cutanee di sebo sono più frequenti.Compare quando il bambino è ancora molto piccolo, nutrito con il latte materno (alcuni medici ritengono che il latte materno sia la causa della crosta lattea) nelle prime settimane di vita, risolvendosi entro la fine del terzo mese.

La crosta lattea non è altro che una desquamazione di colore giallastro, che forma croste di colore giallo-bruno di consistenza untuosa. La parte interessata da queste croste è solitamente arrossata.

A volte le croste possono ancora interessare un’area più estesa: dietro le orecchie, sulle guance, e intorno al naso e alle sopracciglia. Non allarmatevi, il bambino non avverte alcun dolore.

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Sulle cause di questo inconveniente sono state avanzate varie ipotesi.Tuttavia la causa specifica non è stata ancora individuata, poiché il disturbo compare e si risolve da solo in poco tempo.

Alcuni specialisti ritengono che sia un fenomeno da ricollegare ad una produzione eccessiva di sebo da parte delle ghiandole sebacee, a sua volta causata da alterazioni ormonali, che si ristabilizzano entro il terzo mese di vita del bebè.

Altri, invece, associano la comparsa della crosta lattea alla presenza di un fungo; il Pityrosporum orbicolare.

Come già più volte ripetuto è un fenomeno che ha vita breve e scompare da solo.Per facilitare la sua risoluzione voi mamme potete mettere in pratica alcuni accorgimenti.

1. Lavate la testa del vostro bambino con uno shampoo oleoso ed emolliente
2. Passate un batuffolino di cotone imbevuto di sostanze emollienti sul cuoio capelluto (per ammorbidire le croste)
3. Evitate pressioni, e l’uso delle unghie per rimuovere le croste
4. Massaggiate la cute con olio di borragine (reperibile in farmacia)
5. Passate un pettinino a una spazzolina morbida sulla testa del bebè

N.B.
Evitate lavaggi frequenti che possano irritare la pelle del bambino
Non usate shampoo aggressivi.

Badate alla pulizia delle unghie del bebè, fate in modo che siano sempre ben corte. Fate alcuni impacchi con una soluzione fisiologica (acqua e sale) per disinfettare la cute.

I Diversabili: Perle Rosee!

Si discute tanto di voler integrare i soggetti portatori d’handicap nell’ambito sociale e lavorativo. Si ricercano, sempre più frequentemente, gli ausili tecnologici più ricercati per fare in modo che siano abbattute le barriere che separano i due mondi (quello dei “normodotati” e quello dei disabili). Ci si è mai fermati un solo istante a pensare che il primo canale utilizzato è la vista, e che è proprio quest’ultima che diventa per noi normodotati un handicap?

Al momento di relazionarci con questi soggetti, siamo noi stessi a porci di freni, ad essere scandalizzati dal loro aspetto esteriore. Non facciamo altro che allontanarli, respingerli con il canale visivo e con il pensiero, senza che si possa svelare la profondità del loro cuore! Sono circondati da una sorta di meschinità e di menefreghismo, che li fa cadere nello stato di malessere sempre più profondo. Gli si addossa delle colpe che non ne hanno e vengono perciò segregati come delle persone incapaci di volere e anche di dare!

Pertanto, sono degli esseri umani come noi, che pretendono che gli siano garantiti dei diritti e dei doveri (anche sulla carta), ma oltre ad affrontare i soliti problemi della vita quotidiana, ne fronteggiano degli altri, molto ben più importanti. Sono proprio loro che potrebbero far chiarezza sul nostro mondo, con la purità del loro sguardo, perché amanti della vita, presa nei suoi aspetti più semplici!

Attraverso gli occhi di un tale “fanciullo”, tutto ciò che ci circonda sarebbe visto sotto una luce diversa, dove i valori di un tempo rimangono inalterati, dove i piaceri della vita sono fonte di nuove scoperte e di nuove gioie. Tutto il mondo sarebbe riesaminato con lo sguardo di questi Ragazzi “unici portatori di una nuova umanità”, di una sensibilità profonda e tenera, di una grande semplicità di cuore.

Se si andasse, per un solo istante, alla ricerca di persone sensibili di cuore, che te lo riscaldano quotidianamente con dei piccoli gesti, si verrebbe a contatto con queste preziose “Perle Rosee”, tanto difficili da trovare, ma, ogni qualvolta volta si ha l’impressione d’averle trovate si ha anche paura di perderle.

Il loro pensiero, il ricordo dei loro sguardi dolci ti rincuora nei momenti più bui, e quelli che potrebbero sembrare azioni completamente insulse, o molto più materialiste, passerebbero in secondo piano. Si arriverebbe ad una tenera proposta da verificare, ad una dolce sfida: instaurare tra noi e loro una certa “corrispondenza dei cuori”, con l’evidenza di un fatto, vale a dire un profondo amore e una grande stima nei loro confronti!!

Vorrei concludere con due citazioni tratte dell’editoriale Salute (la Repubblica) del 30 gennaio di quest’anno:
“Gli handicappati sono cittadini a pieno diritto, non devono essere discriminati ma avere le stesse opportunità degli altri, e non ricevere carità; i disabili devono avere il pieno controllo della loro vita, ma la libertà di scegliere è possibile solo se c’è equità e piena partecipazione; i disabili hanno diritto ad una vita indipendente; rispetto della diversità, che passa attraverso l’acquisizione di consapevolezza e lotta ai pregiudizi” (Silvia Baglioni).

“Solo un aiuto coordinato può evitare che le solitudini e il non ascolto creino nuove disabilità. (…) Risparmiare sulla disabilità oggi risulta diseconomico: tanto prima si potenziano le capacità residue, tanto meno si spenderà per l’assistenza” (Antonio Guidi, sotto segretario al ministero della salute).

Il suo mondo in uno scarabocchio

Sembrano segni alla rinfusa,disordinati e senza senso, ma possono rivelarci le emozioni ed i sentimenti, le gioie e le paure dei nostri figli.Ecco le interpretazioni che l’esperta dà alla casa, figura simbolo essenziale nei primi anni.

La casa piccola indica un desiderio di intimità e protezione. Rivela un carattere timido, un po’ impacciato, che ha paura di affrontare la realtà ed ha bisogno di continue conferme e rinforzi affettivi.La famiglia rappresenta un riparo ed una fonte di sicurezza.Per aiutare questi bambini a superare la timidezza, è bene aprire la casa agli amichetti.

Il castello, come luogo di abitazione, indica forza, potenza, ricchezza.E’ un rifugio ideale, per sfuggire alle frustrazioni derivanti dall’aggressività che percepisce dall’ambiente in cui vive.Questo bambino è un idealista, un sognatore, ama inventare amici di gioco.

Le porte e le finestre sbarrate indicano una chiusura e difficoltà a uscire dal rifugio protettivo, per entrare in contatto col mondo. L’autore di tali disegni, ha di solito, un carattere introverso, è molto legato ai familiari, preferisce i giochi solitari, si rivela molto timido e sensibile.Egli teme di non essere all’altezza o di sentirsi a disagio nei rapporti.

Altri particolari che svelano un carattere introverso sono le porte serrate da chiavistello, le inferriate, le finestrelle tonde del solaio: tutti simboli che rivelano paura di uscire allo scoperto.

La casa grande indica apertura verso il mondo, desiderio di avere tanti amici e occupare spazi ampi. Si tratta di un bimbo generoso, che con questi slanci tende a esorcizzare la paura della solitudine.

Formazione, basta con la dispersione delle risorse

Si prova un senso di impotenza nel constatare come molti giovani non riescano a godere pienamente del loro diritto a formarsi in qualità di persone, cittadini e lavoratori del futuro, spesso condizionati da un contesto familiare e sociale deprivante e non adeguatamente supportati dalla scuola e dagli Enti Locali preposti.

In un periodo di profonde innovazioni del sistema scolastico e formativo, il tema della dispersione è divenuto un argomento centrale di studio e d’intervento.

Sul piano etimologico e di significato, il termine dispersione conduce ad un’idea di dissipazione delle intelligenze e delle potenzialità dei giovani. Causa ed effetto di questo problema risultano essere condizioni interne ed esterne alla scuola, variamente intrecciate al vissuto minorile, spesso intriso di fattori quali l’emarginazione e la devianza.

La lotta contro l’esclusione e la marginalità richiede, però, una profonda conoscenza delle motivazioni psicologiche e sociali dell’abbandono, ampiamente diffuso in aree che, seppur di riconosciuto sviluppo, contengono sacche di povertà non solo economica ma anche umana e relazionale.

Un fenomeno frequente è quello del bullismo o teppismo scolastico che rende la scuola un luogo di rischio soprattutto per chi non è in grado di difendersi.

Per far fronte ad un tale scenario, si sente l’esigenza di realizzare un sistema formativo in grado di accogliere e riconoscere le persone nella loro integrità e di promuovere valori tali da riuscire a far maturare non solo un sapere, ma un saper essere se stessi, in termini di autenticità e responsabilità e un saper essere con gli altri, in termini di lealtà ed onestà.

E’ importante imparare a leggere le esigenze reali e profonde dei ragazzi con verità e rispetto, cercando di ridonare luce viva a quei colori dell’anima capaci di renderli unici e speciali, costantemente bisognosi di sentirsi stimolati e motivati nel riscoprire i loro talenti, la loro creatività e potenzialità, invitandoli così a valorizzare la vita, per imparare a viverla “come storia e non come un attimo fuggente”.

I primi passi per mangiare da solo

Fin dallo svezzamento è importante insegnare al bambino come fare per mangiare da solo, lasciandogli manipolare il cibo e portarselo alla bocca da solo.

Il bambino a questa età si relaziona con gli oggetti mediante il tatto, la vista, ma soprattutto l’olfatto e il gusto e, d’altronde, mettendo in bocca un oggetto, si conoscono di esso molte cose: oltre al gusto, la consistenza e si percepisce anche un pò la forma.

Il bimbo di sei mesi esplora gli oggetti e conosce il cibo, portandoselo alla bocca con le mani, pasticciandoselo sul visetto e sporcandosi dove capita. E’, però, con la stessa curiosità che gli si lascia che in seguito potrà apprezzare il gusto dello scoprire di nuovi cibi.

Lasciandogli in mano un cucchiaino e poi verso l’anno una forchettina con i denti arrotondati, anche se lo state imboccando, il bambino proverà a maneggiarli da solo, a prender confidenza… e ogni boccone andato a “buon segno” gli darà molta soddisfazione.

Se il bambino è molto lento a mangiare e si distrae facilmente nonostante abbia già compiuto un anno, lasciatelo fare comunque da solo per la prima metà del pasto e poi imboccatelo.

E’ importante che il piccolo sia stimolato a fare da sè e farete bene se lo elogerete ogniqualvolta avrà fatto da solo.

Mamma ti prego non lo chiamare “fiorellino”

Un giusto e sano concetto della vita sessuale è il fondamento, la base della vita erotica e affettiva di ognuno di noi. In questo, solo i nostri genitori ci possono essere d’aiuto, perché ci guidano nel corso impervio della nostra esistenza, conoscono i nostri desideri, le nostre pulsioni, le nostre necessità.

Ma è sempre così facile?… Arriva il momento in cui il bambino ci porrà delle nette e improrogabili domande, precise, circoscritte, dritte alla meta. Vorranno conoscersi di più, conoscere i misteri anche dell’altro sesso…E allora ecco che scatta il panico totale….La mamma comincia a dare fondo a tutte le reminiscenze scolastiche, tira fuori dal cilindro parole degne della più libera delle associazioni…E vai con “fiorellino”, “farfallina”, “pisellino” e chi più ne ha più ne metta…

Bisognerebbe eliminare i tabù che hanno impedito, ai nostri nonni prima ed ai nostri genitori dopo, di concepire correttamente l’educazione sessuale. Molti genitori si sentono sollevati quando avvertono che i loro figli sono già informati, ma non riescono a comprendere l’enorme danno psicologico prodotto nella mente del bambino.

La natura, cerchiamo sempre di ricordarlo, è la più grande maestra di vita e il bambino è molto più vicino a essa di quanto possiamo immaginare.

Da ciò ne consegue, che quello stato di ingenua purezza tanto caro alle madri affettuose si dissolverà in ogni caso per l’inevitabile contatto con tutto ciò che tratta del sesso al di fuori dell’ambiente familiare: cinema, televisione, libri, riviste, fotografie; gli amici più grandi poi saranno i primi segreti informatori, con tutte le lacune, i sottintesi, i commenti, le interpretazioni morbose che ne deriveranno.

E allora mamme e papà è meglio mandare i propri figli preparati a scuola, con la lezione già bella e spiegata, cercando di utilizzare una terminologia la più consona possibile. Così, il bimbo non si sentirà un “alieno” nei confronti della realtà che lo circonda, tutt’altro, si indirizzerà verso una considerazione realistica, del tutto naturale e soprattutto estremamente logica di ogni manifestazione vitale.

Cosa fare quando è geloso del fratellino

Alla nascita di un fratellino, il bambino, soprattutto se primogenito, può essere geloso in quanto in famiglia non è più al centro dell’attenzione e, così mettendo in discussione l’amore dei genitori, specie della madre, rischia di perdere tutta la sua sicurezza.

Il bambino può provare avversione nei confronti del neonato e magari addirittura ritenerlo il proprio rivale.

Un attaccamento morboso nei confronti della madre esprime la difficoltà che il figlio prova nell’accettare l’arrivo del fratellino. A volte accade anche che vi sia una forma di regressione, ovvero il bimbo assume degli atteggiamenti più infantili, si succhia il dito o il ciuccio, fa la pipì nel letto, o balbetta.

Non bisogna viziare il bambino, pensando di diminuire così il suo dolore e di farlo sentire più amato (magari per un senso di colpa nei suoi confronti), né si deve sottovalutare i suoi sentimenti, pensando che è più grande e deve capire, o trascurarlo perché del tutto assorbiti dalle esigenze del neonato.

Bisogna sempre aiutare il figlio ad esprimere i propri sentimenti anche quando sembra non soffrire e magari tiene tutto dentro, dando segnali di disagio attraverso il suo insolito comportamento.

Il bambino diverrà entusiasta del fratellino man mano che capirà che ha un nuovo compagno di giochi a cui insegnare tutto quello che sa.

Per evitare che insorgano gelosie in linea di massima è bene preparare il bambino al nuovo arrivo, spiegandogli che la pancia cresce, e dentro c’è il fratellino che si muove, che la mamma andrà in clinica per qualche giorno, e che tornerà con il fratellino con il quale potrà giocare insieme.

Gli amici lo prendono in giro

Torna a casa con il muso lungo. Tende ad appartarsi ed il suo comportamento non è più lo stesso da un po’ di tempo a questa parte. Eppure a scuola il rendimento è buono. Cos’è che non va?

Provate ad interrogarlo sui rapporti con i compagni di scuola e fate caso se ha un buon rapporto con i suoi amichetti con cui si frequenta fuori dalla scuola.

E’ così che vi accorgete che gli amici lo prendono in giro e che vostro figlio è alquanto goffo, ma dovete fare molta attenzione, perché il vostro comportamento determinerà eventuali cambiamenti in positivo e in negativo.

Non dovrete fargli ramanzine in quanto lo mortiifichereste, nè dovete rimproverare chi lo aggredisce, ma avete il dovere di rassicurare il vostro bambino, aiutandolo a sdrammatizzare senza ridicolizzare troppo quello che ai loro occhi è un grande problema.

Uguali e diversi come le ciliegie

Quanto è difficile entrare nel mondo “fatato” dei gemelli, trovare un varco in una relazione simbiotica di perfetto equilibrio, fatta di complicità, di un codice linguistico esclusivo ed impenetrabile, di abitudini gestuali e mimiche che si plasmano col trascorrere del tempo fino ad omologarsi.

E quanto è più difficile se a provarci è una persona esterna alla famiglia; una zia, una nonna per esempio. Proprio quando pensi di aver fatto breccia, ritrai la mano avvinto da mille paure, da mille impedimenti.

I gemelli delineano quel confine fantastico e invalicabile entro il quale tutto è concesso; usano un linguaggio segreto quasi “guelfico” che è l’espressione di quella affinità elettiva che li lega ed è, al contempo, la manifestazione dell’isolamento dal contesto familiare. E allora cerchi di diventare il loro “traduttore”, di decodificare le parole e di capire quale è la cosa giusta da fare senza “mortificare”, ferire l’altro.

Così, tendi la mano allo stesso modo, cerchi di calibrare l’intensità del tuo bacio affinché sia identico per entrambe, guardi con gli stessi occhi e con la stessa intensità d’amore.

Bene, tutto pensato; tutto tecnicamente perfetto. Che fatica! Ma non finisce qui. In questa nostra ricerca maniacale della perfezione, quale sarà la percezione che i gemelli o le “mie gemelle” avranno di me? Mi vedranno entrambe nello stesso modo, avvertiranno in egual misura la mia presenza, il mio amore, il mio esserci sempre e comunque? E’ un terribile gioco di specchi… dove l’immagine può riflettersi fedelmente oppure no.

Più spesso, noi grandi, tendiamo a soddisfare l’esigenza di uguaglianza implicita nella condizione gemellare, cercando di trovare somiglianze, eliminando le differenze.

Quanto è sbagliato tutto questo!…Dobbiamo insegnarci a comprenderli due entità distinte, con desideri contrastanti, atteggiamenti, caratteri e pulsioni differenti. Dobbiamo amarli per la loro diversità; pensarli come le “ciliegie” due frutti succosi e rossi legati indissolubilmente sin dall’origine.

Mamma, incoraggialo a parlare

Che tortura vedere che il proprio piccolo ancora non parla, quanti pensieri gli passano per la testa e li nasconde, la mamma può ricorrere a dei semplici stratagemmi per invogliarlo a parlare.

Molto importante è parlare spesso con il bambino, utilizzando frasi brevi e semplici e scandendo bene le parole in modo che possa innanzitutto memorizzare quanto prima espressioni semplici e provare a riutilizzarle all’occorrenza.

L’adulto deve sempre rispondere a quello che il bambino dice, anche se sembra incomprensibile in modo da insegnare al piccolo i turni della conversazione. Magari si può provare a suggerire un’interpretazione di quello che voleva dire e rispondergli.

Le cose o le persone che osserva o indica, occorre nominargliele sempre ed anche collegare le parole con aggettivi e costruire brevissime frasi.

E’ sconsigliabile correggerlo sempre, ogni volta che prova a formulare una parola e fa un errore, perché potrebbe scoraggiarsi e rinunciare e non bisogna inventare per lui parole storpiate che imitano il modo di parlare dei bambini piccoli, perché si darebbe un modello sbagliato da seguire.

Perché morde gli amichetti

Quella del morso è una tappa dello sviluppo del bambino e deve essere vissuta come un’espressione di comunicazione. Di norma, questa fase si manifesta dai nove mesi circa fino al momento in cui il bambino riesce a comunicare verbalmente le proprie emozioni e tocca il culmine tra il primo anno di vita e il secondo.

Il morso viene dato con la bocca, che per il bambino rappresenta il primo canale di conoscenza del mondo, esso quindi, è un mezzo per esprimersi, per comunicare rabbia e aggressività. Nei piccoli il mordere equivale all’aggressività verbale degli adulti: proprio per questo il fenomeno cessa quando il bambino comincia a parlare.

Spesso il piccolo ricorre al morso quando nasce un fratellino, perché può sentirsi frustrato dalle limitazioni imposte dalla mamma, oppure perché lo considera il responsabile della sua emarginazione, non sentendosi più al centro dell’universo dei genitori. Questo fenomeno inoltre, può manifestarsi nel momento della dentizione, fase molto delicata e ricca di nervosismo.

Fino ad una certa età nei bambini manca la consapevolezza del dolore e del “farsi male”, né tantomeno c’è la coscienza del significato di dolore provocato sul corpo di qualcun’ altro.

Le sue prime paure

Fino a circa tre mesi il neonato percepisce il mondo e se stesso come una cosa unica, non rendendosi conto di quello che è lontano da lui, ma solo di quello che gli è vicino e l’oggetto che rappresenta tutte le sensazioni più positive è la sua mamma.

Da qui l’importanza che la presenza materna ha per il benessere fisico e psicologico del bambino nei primi mesi, che segnano le tappe per il suo sviluppo successivo.

Poiché il progresso non si raggiunge se non a prezzo di sforzi e anche di temporanei fallimenti, il nostro bambino è destinato a provare le prime delusioni, fatiche, paure: tappe comunque inevitabili, da superare per crescere.

Le paure più comuni , quelle che i bimbi provano in questo periodo del loro sviluppo, sono:

1. PAURA DELLA SOLITUDINE: non ci sarà niente di strano se vedrete il vostro piccolo piangere o assumere un’espressione angosciata quando si ritrova da solo in una stanza: basterà il ritorno della mamma a far tornare il sorriso.Ciò dipende dal fatto che egli non può comprendere che la mamma se ne va, ma tornerà “presto”. Da qui L’esigenza di trovare dei sostituti della presenza materna che lo aiutino a superare la paura della solitudine: il pollice o il ciuccio da succhiare (sostituti del seno) e la coperta (fonte di calore).

2. PAURA DI ADDORMENTARSI: anche nel momento della nanna il piccolo può sentire la paura del distacco da tutto quello che è caro, soprattutto dalla mamma, perché non comprende che dopo poche ore la sua vita ricomincerà come prima. Il pianto, in questi momenti non è un “capriccio”, ma un genere diverso di paura della solitudine che sente arrivare con il sonno. Il ciuccio, la coperta, un oggetto caro devono essere lasciati nel lettino come valida consolazione in un momento di tristezza, altrimenti aspettiamo che sia passato al sonno profondo prima di lasciarlo da solo.

3. PAURA DEL BUIO: nel secondo semestre di vita la mente del bambino comincia ad essere abbastanza evoluta per immaginarsi dei pericoli e se colleghiamo questo elemento con il fatto che a questa età il piccolo si rende conto dell’esistenza di un mondo intorno a lui, possiamo ben comprendere come il buio possa essere una delle situazioni più terrorizzanti. Cerchiamo quindi, di non influenzare i bambini con i nostri stessi timori, lasciando sempre accesa una luce nella camera da letto, perché la paura del buio sarà trasmessa più facilmente al nostro bambino.

4. PAURA DI CADERE: avviene nel primo anno di vita quando il bambino comincia a camminare, rivoluzionando il suo rapporto con il mondo.Questa è una fase di conquista, una forma di controllo che dà al piccolo un grande senso di potenza, ma che può farlo incorrere in alcune disavventure, causa a volte di ritardo nel camminare.La sua non è paura del dolore, ma paura di restarci male.

Per incoraggiarlo, la mano di un adulto spesso basta a dare la sicurezza necessaria a riprendere il cammino, ma attenti a non forzarlo a fare quello che ancora non si sente di affrontare da solo.

5. PAURA DEGLI ESTRANEI: detta anche “crisi dell’ottavo mese” perché collegata allo sviluppo delle capacità visive. E’ dovuta al fatto che il bimbo adesso riesce a distinguere i particolari che differenziano un volto dall’altro e che gli fanno riconoscere quelli familiari da quelli che non lo sono. Quando comincia a vedere in tre dimensioni, nota di più le caratteristiche individuali che possono essere per lui più o meno gradevoli, perché più o meno simili a quelle dei volti familiari. Egli imparerà presto che il mondo è abitato da tanti individui molto diversi verso cui non proverà più timore, ma solo maggiore o minore simpatia.

Addormentarsi da soli, cosa fare per insegnarlo ai piccoli

Uno delle più frequenti difficoltà in cui si imbattono i neo-genitori è quello di abituare il piccolo ad addormentarsi da solo. Addormentarsi, per il figlioletto non è cosa facile in quanto significa separasi da mamma e papà, perderli di vista, e magari può, proprio per questo timore, cercare di restare sveglio il più possibile.

A volte si appisola ma non si rilassa del tutto, continua a tenere gli occhi socchiusi per controllare che mamma e papà siano sempre accanto a lui.

Nella culla è bene non abituarlo alle ‘pacchette’ sulla schiena, in modo che acquisisca quanto prima la sua autonomia e nella cameretta bisogna iniziare presto a lasciarlo addormentarsi da solo perché il problema rischierà altrimenti per protrarsi per un lunghissimo periodo.

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Quando i genitori dicono al figlio più cresciutello che gli rimangono sempre vicino con l’intezione di allontanarsi non appena sembra aver preso sonno si peggiora la situazione perché, quando si va via dalla stanza credendo che finalmente si sia addormentato, lui ricomincia a piangere.

Se poi lo si lascia addormentare per una sera nel lettone di fianco a mamma e papà, c’è il forte pericolo che lo reclami tutte le sere, adducendo le migliori scuse qualora non lo si volesse accontentare subito.

E’ importante dargli la buona notte alla stessa ora attardandosi qualche minuto a chiaccherare, magari raccontando una piccola favola o cantando una breve canzoncina, ma state attenti perché ciò che sceglierete di fare dovrete poi essere in grado di ripeterlo tutte le sere, in modo da creargli la sicurezza che si fonda sulla certezza che ogni sera ci sono mamma e papà che gli danno la tanto attesa buona notte, che lo coccolano e che è tutto sotto controllo.

Quando fa la pipì nel letto

Capita ad ogni bambino di fare la pipì nel letto, ma, quando il fenomeno si ripete con una certa frequenza bisogna fare attenzione e cercare di capire cos’è che sta accadendo al proprio bambino.

Si può infatti parlare di una vera e propria patologia che rischia di creare delle grosse difficoltà emotive nel bambino, intaccando la sua sfera dell’autostima.

Il termine scientifico di questo disturbo è enuresi ed all’origine vi è un problema scaturito da un comportamento diurno di autocontrollo eccessivo.

Alcune volte nasce dal carattere stesso dei bambini che comunque trova rinforzo in alcuni stili educativi.

Altre volte è proprio e solo l’ambiente che trasmette al bambino la sensazione di dover essere perfetto.

La pipì nel letto di tipo psicologico è sempre il cedimento della tensione accumulata nel giorno, è dunque il caso di provare ad essere meno esigenti dai propri figli e delle volte anche da se stessi perché i piccoli tendono ad emulare il comportamento dei grandi.

L’enuresi, studiata sotto il profilo medicoi, in base al fatto che vi siano danni organici o meno, può essere distinta in due tipi: Enuresi organica ed Enuresi funzionale. Quest’ultima, a sua volta, può essere divisa in ulteriori due tipi in base al periodo e alla modalità di comparsa: Enuresi funzionale primaria ed Enuresi funzionale secondaria

L’Enuresi funzionale primaria si ha quando il bambino non ha mai smesso di bagnare il letto durante la notte ed è dovuto a quel ritardo maturativo del controllo della minzione.

Solitamente è un disturbo familiare. Utile è l’uso di Desmopressina spray nasale o in compresse da assumere la sera 1 ora dopo che sia cessata l’assunzione di liquidi e dopo aver urinato. Il fenomeno tende a svanire entro la pubertà.

L’Enuresi funzionale secondaria si ha invece quando il bambino, che aveva già il controllo della minzione durante la notte, ricomincia a bagnare il letto. La nascita di un fratellino, la separazione dei genitori, la scomparsa di un parente caro al bambino o il cambiamento della casa possono far scatenare la patologia.

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L’Enuresi su base organica è invece più rara, anche se essa deve essere sempre esclusa con un esame delle urine prima di considerare l’enuresi come di tipo funzionale. Le cause possono essere sia legate all’apparato urinario (come per esempio infezioni delle vie urinarie o malformazioni di organi dell’apparato urinario), oppure malattie a carattere generale come per esempio il diabete o malattie con associato ritardo psico-motorio o lesioni della colonna vertebrale.

In questo caso l’enuresi si cura con il trattamento della malattia che è causa dell’enuresi stessa. Sarà il medico curante a seguire e a curare un’eventuale enuresi organica.

Un piccolo… “BULLO”… cresce

Il bambino intorno ai due anni di età, non avendo ancora acquisito la capacità a comunicare bene con le parole, in situazioni particolari che suscitano la sua rabbia, come la ricerca di un giocattolo o la ricerca di attenzioni da parte della mamma, tende ad esprimersi spesso con atteggiamenti aggressivi o vere crisi di collera: urla e strepiti accompagnati da calci e botte diretti a chi lo avvicina.

Intorno al terzo anno l’aggressività è sempre in agguato, ma ora il bambino può esprimersi con le parole e quindi viene attenuata.

A quattro anni il piccolo riesce a farsi capire bene e si riduce il senso di impotenza verso il mondo; con esso diminuisce anche il ricorso ai metodi violenti.

Verso i cinque anni la vita sociale del bambino diviene più ricca e articolata e cominciano ad emergere aspetti della sua personalità. Il bimbo, infatti acquisisce maggiore sicurezza nei rapporti con gli altri e assume atteggiamenti da “bulletto” verso i più piccoli o i più deboli, avendo osservato i più grandi.

A questa età viene messo alla prova il suo autocontrollo e spesso gli atteggiamenti aggressivi, sia verbali che manuali, tendono a ripresentarsi.

L’aggressività rappresenta una componente primaria del modo di esprimersi del bambino e, quindi, specie nei primi anni di vita, non andrebbe repressa, ma lasciata sfogare.

E’ importante però intervenire in modo deciso nel momento in cui diviene distruttiva e tende a coinvolgere gli altri bambini.

Versi i tre anni, dato che il piccolo non riesce a capire i ragionamenti degli adulti, gli interventi del genitore in caso di aggressione si riducono essenzialmente ad allontanare fisicamente il bambino dalla situazione di tensione o togliergli dalle mani il giocattolo e restituirlo al proprietario: superare il senso di frustrazione che ne deriva serve al bambino per vincere l’egocentrismo tipico di questa età e imparare il concetto di rispetto dell’altro.

Dopo i quattro anni, però, questi interventi non bastano più e assume un ruolo primario l’atteggiamento educativo dei genitori che deve evidenziare come il ricorso alla forza sia sbagliato.

ECCO DEI CONSIGLI PRATICI PER EVITARE O FRENARE L’AGGRESSIVITA’:
I bambini sono grandi imitatori e non si può pretendere che non utilizzino l’aggressività con i propri compagni o altri, se questo è l’atteggiamento usato dai genitori. Occorre, quindi, un atteggiamento coerente.

Attraverso il comportamento del genitore bisogna abituarlo a rispettare le esigenze altrui, insegnandogli ad aspettare il proprio turno o a prestare i suoi giocattoli e a non strappare le cose dalle mani degli altri bimbi.

Si dovrebbe stimolare il bimbo affinché esprima la sua rabbia con le parole piuttosto che con i fatti; parlare, discutere tanto con mamma e papà, infatti, anche con toni accesi, permette al bambino di riacquistare la calma e non reagire prendendosela con gli altri.

Cercare di evitare i programmi televisivi che contengono incitamenti ad atteggiamenti aggressivi e insegnargli ad individuare dei modelli positivi attraverso i programmi adeguati o i libri di lettura per l’infanzia.

E’ possibile sfruttare il potere liberatorio del gioco; il bimbo, infatti, può trasferire al mondo immaginario le sue sensazioni, anche quelle aggressive: giocare alla guerra, per esempio, rappresenta un modo di evitare di scaricare i propri impulsi contro gli altri bambini.

Scuola, attenzione allo stress!

Ricomincia la scuola con le sue ansie e non bisogna sottovalutare lo stress emotivo a cui i propri figli sono sottoposti in quanto esso influisce in grande misura sul loro rendimento nel corso di tutto l’anno.

La vicinanza del genitore, per quanto difficoltosa, è importantissima per la sicurezza del figlio, problema sempre presente nell’età dello sviluppo: oggi non c’è più la figura dello scolaretto timido e impacciato, è vero, ma, dietro le sembianze di un giovanotto griffato, tutto preso dal seguire gli amici, spesso si nascondono paure inconfessate che impediscono una concentrazione sui testi di studio.

Sta ai genitori accorgersene e riempire, con discrezione, di tante attenzioni i propri figli. Delle volte è bene distoglierli da quelli che possono essere i loro immediati interessi, magari proponendogliene degli altri che gli consentano di avere un immediato riscontro dei loro successi.

E’ così che lo sport assume un’importanza strategica per il benessere del ragazzino, ma anche osservare quello che in realtà vogliono dire i libri di studio e creare dei parallelismi con il mondo circostante, come per esempio quello che si dice in televisione, può essere una grande scoperta per l’adolescente che da quel momento in poi avrà maggiori risorse su cui poggiare la propria sicurezza. Per magia, in meno che non si dica, si vedrà il proprio figlio andare bene a scuola ed essere più ‘corteggiato’ dai suoi coetanei.

“Guru-guru”, “dada-dada”…ma cosa ne pensa il bebè?

Scagli la prima pietra colui o colei che non si è mai rivolto ad un bebè utilizzando vezzeggiativi, paroline incomprensibili, onomatopee (o…presunte tali!), con vocine a dir poco surreali.

Lo abbiamo fatto proprio tutti. Sarà forse un errore?
Ebbene si! Una ricerca condotta dall’Università del Colorado (Stati Uniti) ha infatti dimostrato come i bebè debbano invece ascoltare fin dall’inizio una voce naturale, con i toni e le inflessioni degli adulti. Parlando loro con voci distorte o monocorde, in maniera innaturale, i bambini apprendono il linguaggio con maggiori difficoltà, rispetto a coloro che ascoltano invece un modo di articolare parole più naturale e omogeneo, anche nel corso nel tempo.

I detti studi, infatti, hanno analizzato come i figli di madri depresse, che parlavano loro poco o con modulazioni di voce piuttosto spente, abbiano imparato a parlare più tardi.

I bebè, insomma, ci ascoltano sul serio, per cui è bene acquisire corrette abitudini di linguaggio nel rapportarsi a loro. Un esperimento svolto in Francia ha addirittura dimostrato che anche il nascituro è in grado di sentire, distinguendo addirittura suoni diversi, anche leggermente diversi, già nel pancione. E l’ascolto di tali suoni è ovviamente la base per imparare a riprodurli.

Ciò non implica comunque alcuno sforzo: l’importante è essere se stessi, parlare al bimbo col solito timbro di voce, senza inutili distorsioni, come se si stesse parlando con un proprio coetaneo.

Mi raccomando, però, non assillatelo con la politica…sarebbe un po’ troppo presto!!

L’importante è non esagerare: qualche vezzeggiativo, in fondo, non fa davvero così male; e poi…sa tanto di coccole!
E come fare a convincere nonni, zii e parenti tutti, a parlare al nostro bambino in maniera corretta, senza rischiare di urtare la loro sensibilità?

Innanzi tutto dando l’esempio, in secundis invitandoli a leggere questo articolo! Come dicevano i latini…”intelligenti pauca”!!!

Mamma oggi offro io!

La paghetta settimanale, da sempre costituisce la prima esperienza di amministrazione dei soldi. Affidare ai bimbi un po’ di soldi li aiuta a stabilire un rapporto realistico con il denaro, a comprendere che ogni cosa deve essere guadagnata e che non tutti i desideri possono essere soddisfatti.

I primi soldini, si possono dare intorno ai 7 anni, ma solo per aiutare il piccolo a familiarizzare con il denaro. A quell’età sa già contare, e avere in mano qualche centesimo lo farà sentire più ricco che stringere qualche soldo di carta.

Per acquistare un gioco, un gelato o le figurine, può contribuire con le sue monetine. Inizierà a capire che il denaro ha la sua utilità, anche senza conoscerne il valore.

La paghetta andrebbe elargita a partire dagli 8 anni. All’inizio una cifra settimanale, più semplice da gestire.
Sulla somma non esistono regole meglio concordarla insieme. Una volta stabilito l’ammontare il genitore è esonerato da tutte le spese concordate.

Se il figlio ha le mani bucate?
Vietato lasciarsi intenerire e concedere extra.
La paghetta è un modo per che contribuisce a fare delle scelte che comportano una certa responsabilità, se infatti, spendesse tutto dovrebbe aspettare la prossima paghetta accontentandosi di quello che ha già.

L’alternativa?
Fargli fare dei lavoretti retribuiti quali sistemare il garage, lavare la macchina ecc.

Piccoli accorgimenti per essere più sereni

L’ambiente a cui bisogna dedicare la maggior cura nell’arredamento è la cameretta dove il bambino dorme.

“Durante la notte – spiega l’ingegner Francesco Marinelli, direttore dell’Istituto Nazionale della Bioarchitettura – le difese immunitarie calano, per questo l’ambiente in cui trascorriamo circa 1/3 della nostra vita, deve essere il più rilassante possibile. Così se il bimbo ha il sonno pesante, è meglio che la testa sia orientata a est, nel caso contrario, sonno agitato, sarà orientata verso nord. Sono importanti anche le dimensioni del lettino, che dovrebbero essere di circa 130 cm di lunghezza per 60 di larghezza; i materiali, quali il legno, il giunco intrecciato o il midollino sono i più indicati per la culla ed il lettino, purché non trattati con vernici o colle.

Da evitare materiali smaltati, metalli o plastica. Il fondo della culla dovrebbe essere rigido (ma non troppo duro), e permettere una buona dispersione dell’umidità. Sia la culla che il lettino dovrebbero essere ubicate lontano da eventuali fonti negative che possono essere sia quelle create dall’uomo , come l’impianto elettrico, sia naturali. A volte, infatti, si possono riscontrare le cosiddette ‘geopatie’, presenze negative naturali, come corsi d’acqua sotterranei, faglie geologiche che infastidiscono il sonno.

Non potendo agire su questi fattori, evitiamo di porre il suo giaciglio vicino a campi elettrici ed elettromagnetici emessi da prese, luci, lampade ecc. Un fattore che ci può essere d’aiuto nella scelta della posizione, può essere direttamente il bambino, che con la posizione nella quale lo troviamo al mattino ci segnala il suo indice di gradimento. Se, ad esempio, lo troviamo spostato sempre su un lato nella culla o in una posizione completamente diversa da quella nella quale lo avevamo lasciato una volta messo a dormire, questo è un chiaro segnale che qualcosa non gli è gradito.

Sarà meglio, spostare la culla nella stessa direzione nella quale era spostato il bambino. Altro accorgimento da tener presente è la consistenza del materasso, non deve presentare avvallamenti in modo da sorreggere correttamente la colonna vertebrale. Le imbottiture più adatte sono in cotone, crine di cavallo, pura lana e fibra di cocco. Buona norma anche quella di tenere sotto il materasso, una pelle d’agnello o un telo filtrante che assorba l’eventuale ‘perdita’ notturna del bambino”.

Quando il bambino è un timidone

Arrossisce per nulla? Abbassa gli occhi davanti agli estranei? Non criticarlo e non deriderlo. E’ il suo modo di essere. Tu puoi aiutarlo a cambiare. Con dolcezza.

La timidezza si sviluppa sulla base delle relazioni del bambino con il mondo, quindi è un modo di essere appreso dall’esterno. Normalmente non può essere considerata un disturbo psicologico da eliminare, e neppure un difetto da correggere. Forse i problemi maggiori della timidezza infantile sono proprio quelli legati all’accettazione o al rifiuto di questo modo di essere da parte di genitori, insegnanti, amici e, di conseguenza, del bambino stesso.

E’ normale che quando una mamma si accorge che suo figlio ha “paura degli altri” tenda a spingerlo verso di loro. E’ naturale e comprensibile, ma sbagliato.

Anche con i più piccoli è necessario evitare atteggiamenti che possono aumentare la loro difficoltà a rapportarsi con gli altri. Genitori sempre critici e rimproveri continui a lungo andare rovinano completamente l’autostima del bambino e lo rendono insicuro, ingigantendo la sua timidezza.

Bisogna evitare anche di mostrare eccessiva ansia, disappunto o, al contrario, disinteresse e derisione nei confronti del figlio; la timidezza, infatti può diventare paralizzante se il piccolo si sente umiliato o,ancora peggio,non amato. Facile a dirsi. Più difficile per una mamma sapere esattamente quando è il momento di frenare e quando,invece,è l’ora di accelerare,anche perché spesso il bambino timido è cresciuto con una mamma timida che,involontariamente,può avergli comunicato le sue ansie e le sue paure.

Già dai primi scambi, infatti, tra madre e figlio nascono i fondamenti della vita emotiva del piccolo; dagli sguardi che si scambiano mamma e bimbo si può rafforzare lo sviluppo emotivo del bambino. Oltre a curare lo sviluppo fisico, infatti, occorre prestare attenzione anche a quello psicoemotivo e spirituale.

Mentre il corpo del bimbo cresce, si plasma il carattere ed i genitori devono essere consapevoli di questo: osservano e, se necessario, intervengono per facilitare, oltre all’accrescimento fisico, l’espressione emotiva. In questa fase si dovrebbe evitare di programmare tutta la giornata del figlio; è necessario lasciarlo libero di inseguire i suoi pensieri, di fantasticare con la mente.

Ma la mamma deve essere vicina, senza porre domande, semplicemente cercando di far parlare il bambino, attraverso un gioco, una fiaba. Pian piano il genitore attento riuscirà ad accorgersi di eventuali problemi che il bambino non esprime e ad aiutarlo a comunicare tutto ciò che prova o sente.

I bambini timidi hanno spesso difficoltà ad esprimere sentimenti negativi, quali la paura, la rabbia e talvolta l’odio. E’ fondamentale insegnare loro a gestire l’aggressività, a tirarla fuori.

E’ importante aiutare un bambino a capire il suo mondo interiore, di certo assai ricco e vivace, ma proprio per questo difficile da comprendere; se la timidezza nasce, infatti, dalla paura degli altri, degli adulti, occorre stare vicini al bambino, facendogli vedere i lati piacevoli, divertenti e buffi delle persone, in modo da cancellare la soggezione.

Qualche problema in più può esserci quando ci si accorge che il ragazzino, crescendo, diventa sempre più timido e chiuso. Più aumentano i suoi contatti con il mondo, più crescono i rossori e le paure. Per aiutarlo, mamma e papà, dovranno mostrare di apprezzare i suoi punti di forza e accettare, senza riserve, i suoi limiti.

Così anche lui imparerà ad accettarli e a non sentirsi inferiore o umiliato per la sua debolezza ogni volta che gli viene di abbassare lo sguardo o girarlo altrove. Questo è il momento di provare ad inserire il figlio in un gruppo, magari sportivo. Ottime le attività di squadra, quali calcio, pallavolo e basket; in questo modo avrà la possibilità di confrontarsi con gli altri, di impegnarsi tutti insieme per raggiungere uno scopo.

Indicato anche uno sport in cui il bambino possa confrontarsi direttamente con un altro, un avversario,come il tennis. Se poi lo sport diventa una passione agonistica, tanto meglio, sarà un aiuto in più per sfogare tutte le emozioni.

Attenzione, però, mai insistere se il piccolo non apprezza: i genitori possono suggerire al figlio un’attività o le compagnie da frequentare, ma dovrà essere lui a scegliere. Lo sport, il gioco e le amicizie devono essere un piacere e non un obbligo per far felice mamma e papà.

Scoprire il carattere del figlio dal suo disegno

Col il disegno il bambino comunica emozioni e sentimenti; il disegno è una forma di linguaggio nei primi anni di vita del bambino, quando non ha ancora padronanza del linguaggio verbale; è il modo più semplice per esprimere gioia, serenità, ma anche paura e disagio. Non è sempre facile per i genitori interpretare il suo disegno, specie se si tratta di uno scarabocchio, di segni senza senso, ma attraverso dei dettagli è possibile capire il suo pensiero.

Se il bimbo disegna scarabocchi piccoli, ad esempio, al centro della pagina o in un lato del foglio, lasciando molto spazio bianco si tratta di un bambino introverso, che ha bisogno di poco spazio per muoversi; è sicuramente un bimbo sensibile che ha bisogno di un rinforzo affettivo e di rassicurazioni. Al contrario, se disegna su tutto il foglio significa che è un bimbo estroverso, che ha bisogno di tanto spazio.

È sicuramente un bimbo allegro e socievole che ha voglia di stare con gli altri e vuole scoprire cose sempre nuove. Quando un bambino disegna tanti puntini sparsi su tutto il foglio cerca di esprimere la sua paura, la sua preoccupazione; cerca di evidenziare, inconsciamente, il suo timore dell’abbandono da parte di un genitore. Va dunque rassicurato per far sparire la sua paura.

Alcuni simboli, ricorrenti nei disegni dei piccoli, rappresentano precise figure di riferimento. I simboli più frequenti nei primi anni di vita sono: la casa, che se piccola, indica desiderio di intimità e protezione; rivela un carattere timido e un po’ impacciato che ha bisogno di continue conferme. La cosa migliore sarebbe aprire la sua casa ad amichetti per fargli superare la timidezza.

Se la casa è grande sta ad indicare un bambino socievole, aperto alle amicizie e che non ha paura della solitudine. Il sole rappresenta la figura del papà, ed è simbolo di forza, mentre il disegno della luna raffigura la madre, primo punto di riferimento per il bimbo.

Quando un bambino disegno una figura umana cerca di disegnare se stesso, infatti a volte si possono trovare particolari comuni tra l’omino disegnato e il piccolo artista.

Se il disegno dell’omino è proporzionato allo spazio vuol dire che il bimbo vive in armonia e si sta adattando all’ambiente circostante con molta serenità; se il disegno ha dimensioni enormi significa che è un bambino estroverso, sicuro di sé ed esuberante; di fronte ad un omino piccolo piccolo, invece, bisogna pensare ad un bimbo con poca autostima, che si sente inferiore rispetto ai suoi compagni e che ha un carattere piuttosto timido.

Dopo la nascita: mamma, fallo dormire bene

La nanna è un momento importantissimo per il neonato; il piccolo, infatti, passa più di metà della giornata dormendo. Il suo sonno, secondo gli esperti, segue un ritmo “ultradiano”: il bambino dorme, cioè, sia di giorno che di notte, alternando sonnellini di 3-4 ore a momenti di veglia (1-2 ore).

Questi ultimi poi si allungano man mano che il bambino cresce e già verso la fine del primo mese di vita, può capitare che dorma per 5-6 ore di seguito in una notte. Durante i primi tre mesi, l’arco di sonno notturno comincia a diventare sempre più lungo, mentre durante la giornata si riducono i momenti di sonno a vantaggio di quelli di veglia.

Il sonno comincia, così, a concentrarsi nelle ore notturne, frammentato però da piccoli risvegli, anche se ci sono durante il giorno piccoli sonnellini che lo rinforzano. Inizialmente, anche la struttura del sonno del bebè è diversa da quella dei grandi e nei sonnellini il piccolo alterna fasi di sonno attivo a fasi di sonno calmo.

Le prime rappresentano circa il 50 per cento del sonno e sono caratterizzate da rapidi movimenti degli occhi, smorfie, movimenti di suzione, respiro irregolare ed intermittente e emissione di piccoli vocalizzazioni. Durante queste fasi si concentrano anche i sogni. Le fasi di sonno calmo, invece, sono il classico “sonno pesante”: il piccolo è immobile, la respirazione è lenta e regolare.

Una vera e propria anticipazione del sonno profondo,tipico degli adulti. Durante queste fasi il corpo del piccolo recupera energie, mentre il sonno attivo è un vero e proprio ricostituente per le sue funzioni celebrali. Una buona dormita,così come l’alimentazione, risulta molto utile alla crescita del bebè:è proprio durante le fasi del sonno calmo che il suo organismo produce l’ormone della crescita.

LETTONE O CULLA?

Dormire con mamma e papà è il sogno di tutti i bambini che divide però gli esperti in materia.

I sostenitori del lettone affermano che dormire in tre può avere dei vantaggi: allattamento al seno facilitato, pochi risvegli e nessun pianto durante la notte. Difficili anche gli incubi notturni, perché se apre gli occhi, la presenza dei genitori lo tranquillizza immediatamente. Non solo, perché vicino a mamma e papà, il piccolo si sente accettato totalmente e questo è importante per la sua crescita psicoaffettiva.

Secondo i sostenitori della culla, invece, il bimbo, oltre al fatto che viene aiutato a diventare autonomo, non altera le abitudini della coppia che può avere così la sua privacy; inoltre, più passa il tempo più è difficile convincere ed abituare un bimbo a dormire nella sua cameretta.

Ultima,ma di sicuro la più importante delle ragioni del non far dormire un bebè nel lettone è il pericolo di soffocamento. Un bimbo, infatti, dovrebbe dormire in culla e a pancia in su: questo consente una respirazione regolare e,soprattutto, è la posizione più sicura per limitare i rischi della cosiddetta morte in culla.

Se il piccolo dorme in questa posizione, infatti, le apnee sono meno frequenti e non ci sono rischi di aumento di rigurgito; inoltre è accertato che, se il bebè si addormenta in pancia in su, manifesta una più efficiente capacità di risvegliarsi, quindi di salvarsi, in caso di pericolo.

ALCUNE REGOLE PER FARLO DORMIRE BENE

– Fate in modo che la temperatura della stanza sia costante (20°circa).

– Riducete i rumori e mantenete una luce soffusa, anche per i sonnellini diurni.

– Lasciategli la testa scoperta e fate in modo che abbia i piedi caldi (facilita l’addormentamento).

– Fate dormire il bimbo nella culla anche durante i riposini quotidiani.

– Dai due mesi fatelo dormire nella sua cameretta.

– Rilassate il piccolo prima della nanna con un bel bagnetto.

– Mettete a nanna il bebè a orari il più possibile regolari.

– Se di notte piange, non portatelo sul lettone per farlo smettere, ma cercate di aspettare che si riaddormenti.

– Quando il bimbo passa nella sua cameretta, stabilite un rito della buonanotte: pigiamino, lettura di una favola e un po’ di coccole prima della nanna. Inoltre si può cercare di abituare il piccolo alla compagnia di un peluche, che sostituisce la mamma in un momento come quello della nanna, spesso vissuto come abbandono.

Come muoversi tra gli accordi

Ogni strumento ha le sue particolarità e impegna il fisico a “costrizioni diverse. Grazie alla consulenza di Marco Brazzo, chinesiologo e docente di corsi di perfezionamento psico-fisico presso i principali Conservatori italiani, la mappa per fare la scelta giusta.

Strumenti a corda
Punti a rischio

Spalla sinistra sempre in tensione; gomito destro che si alza e abbassa continuamente. Tra gli strumenti ad arco, quasi sempre quello prescelto è il violino. Oggi sono in commercio piccoli violini che permettonoanche ai bambini di età prescolare di avvicinarsi alla pratica.

L’esercizio che viene richiesto è particolarmente impegnativo e obbliga le mani a un gioco di dissociazione. La mano sinistra che regge lo strumento sulla spalla gioca con le dita sulle corde, mentre la mano destra a un movimento completamente diverso.

Particolarmente a rischio la spalla sinistra, dove si annidano le tensioni maggiori e il gomito destro che, alzandosi e abbassandosi, pilota il suono. Sono fondamentali le tecniche di rilassamento, applicate alle braccia, dita e collo. Per i bambini del primo cicklo scolastico è meglio evitare il contrabbasso.

Strumenti a corda
Punti a rischio

Schiena che perde la curvatura fisiologica; Avambracci sempre contratti. Tra gli strumenti a corda quello che i bambini prediligono è la chitarra. Esistono in commercio strumenti più piccoli del normale, particolarmente adatti alle mani di un bambino.

La posizione assunta per suonare questo strumento mette a rischio il rachide lombare, perché viene a perdere la fisiologica lordosi; inoltre per arpeggiare e dislocare le dita sulla tastiera viene richiesta una contrazione ripetitiva ed insistente della muscolatura degli avambracci.

Risulta utile praticare, quindi, esercizi di compenso posturali per la schiena e di defaticamento per le braccia e le mani. I bambini che scelgono l’arpa dovranno curare in modo particolare la schiena, perche la posizione con le braccia sempre tese in avanti, aumenta il carico sui dischi intervertebrati lombari.

Quanto cresce nel primo mese

La crescita del neonato è costante e proporzionata alle sue dimensioni di nascita. Nel primo mese di vita la crescita è condizionata da due fattori: il calo fisiologico e la difficoltà iniziale a nutrirsi adeguatamente.

Il calo fisiologico

viene fatto nei primi giorni di vita del neonato, specialmente nelle prime 24 ore per raggiungere il picco massimo entro tre quattro giorni; dopo questo termine il bimbo comincia a recuperare il peso perso fino a raggiungimento entro il quindicesimo del peso di nascita. Il calo fisiologico corrisponde a circa il 10 per cento del peso della nascita, ma non è uguale in tutti i bambini. Il calo fisiologico non è preoccupante per la salute.

Peso e lunghezza

Nel primo mese di vita in genere il bimbo cresce di cinque centimetri in lunghezza nel primo mese di vita. Il peso aumenta, invece, di circa duecento grammi la settimana. Per una corretta valutazione, bisogna tenere sempre in considerazione il peso alla nascita.

Un bambino di basso peso, crescerà in proporzione alle sue dimensioni. L’importante è che la crescita sia costante e non subisca bruschi arresti. È bene pesare il bimbo una volta la settimana e non dopo ogni poppata, va pesato sempre con la stessa bilancia (esiste uno scarto tra una bilancia e l’altra, che per quanto minimo può influire notevolmente su un peso relativamente basso).

La lunghezza del neonato deve essere misurata alla fine del primo mese di vita.

Tabelle dei percentili

Le tabelle dei percentili sono dei grafici, compilati in base alla rilevazione, in migliaia di bambini, in parametri precisi, cioè, il peso, la lunghezza e la circonferenza. Il numero percentile è il posto che il piccolo occupa rispetto ad altri cento bambini della sua stessa età.

La crescita è nella norma se si pone intorno al 50° percentile. Lo sviluppo, però, è soggettivo e non è il caso di preoccuparsi se i valori di riferimento del bebè non sono esattamente nella media. Il neonato presenta una sproporzione tra il peso e la superficie corporea; rispetto al peso, la superficie della pelle è molto estesa e ciò favorisce un’abbondante sudorazione, che comporta forti perdite di liquidi.

La disidratazione può essere nociva per il bebè: occorre, perciò, verificare sempre che il bebè assuma i liquidi necessari tramite poppate regolari.

Imapara a parlare così

Fin da piccolo il bebè è in grado di emettere tutti i suoni che la voce può produrre. A partire dal quinto-sesto mese, poi, il bimbo comincia a ripetere solo quelli che sente abitualmente. A un anno di età circa, infine, inizia a capire e a pronunciare le sue prime parole.

Ogni bambino apprende in base ai propri tempi.

L’allenamento al linguaggio attraversa quattro fasi durante il primo anno di vita del bambino:

Nel secondo mese di vita il piccolo mette alla prova le varie intensità del suono e quindi lo ripete molte volte in modo più o meno forte;

Nei tre-quattro mesi il bimbo comincia a sperimentare le varie tonalità, ripetendo lo stesso suono in modo più o meno acuto;

Tra il quinto e il sesto mese il bebè ripete tante volte una certa combinazione di suoni, poi passa a ripetere un’altra e un’altra ancora e così via per molto tempo;

Intorno agli otto-dici mesi il piccolo comincia ad imitare i suoni emessi dalla mamma e dal papà.

Ci sono due fasi distinte
La comunicazione non intenzionale
I comportamenti del neonato sono espressioni naturali di un suo bisogno specifico, i genitori possono ricavare da questi comportamenti indicazioni, imparando ad esempio a distinguere il pianto per fame da quello del bisogno per essere cambiato.

Tra i quattro e gli otto mesi il bambino comincia a manifestare dei comportamenti che stanno a metà strada fra la comunicazione non intenzionale e quella intenzionale. Per esempio, tende il braccino con il palmo della mano nel gesto di voler afferrare il biberon che la mamma gli sta preparando.

Il bebè è consapevole dell’obiettivo, ossia di possesso del biberon, ma non è detto che il gesto di afferrarlo sia stato effettuato per comunicare alla mamma che vuole il biberon perché ha fame.

La comunicazione intenzionale
Verso gli undici-dodici mesi di vita si osservano i primi veri comportamenti comunicativi,quelli in cui cioè vi è la consapevolezza dell’obiettivo che si vuole raggiungere e del fatto che l’adulto può servire per soddisfare un bisogno. Ciò avviene quando il piccoli, per esempio, vedendo il biberon sulla tavola, lo indica insistentemente con il dito e contemporaneamente guarda la mamma: la comunicazione è diventata uno scambio reciproco.

Il bambino comincia la comprensione delle parole verso la fine del primo anno, poco dopo sarà anche in grado di pronunciare le sue prime parole usandole in modo appropriato. ei due o tre mesi successivi l’evoluzione del linguaggio procede con lentezza; sembra quasi che il piccolo sia più attatto da altre attività, come camminare ed esplorare l’ambiente che lo circonda.

Tra i diciotto mesi e i tre anni si osservano, invece, dei progressi rapidi; in questo periodo il vocabolario del bambino aumenta più di quanto avverrà in futuro.

Le prime parole si riferiscono a nomi di oggetti significativi nella vita del piccolo come, per esempio, quello dei genitori. Il bambino tende a dare un significato generale alle sue parole: per esempio una volta che ha imparato a dire nonno, chiama nonno qualsiasi persona anziana. Pian piano passa poi a una differenziazione sempre più fine con l’acquisizione di nuove parole.

La mamma e il papà hanno un ruolo fondamentale nello sviluppo del linguaggio del bambino.

Fin da piccolo per stimolarlo a parlare dovrebbero:

– conversare con il bebè, anche se il piccolo non è in grado di comprendere;
– commentare le azioni che si svolgono su di lui, quando gli si dà la pappa, lo si veste o lo si mette a letto;
– raccontargli le favole, l’ascolto delle favole contribuisce molto ad arricchire il vocabolario del piccolo, oltre a stabilire una profonda intimità e comunicazione con i genitori.

Dai 18 ai 24 mesi non aumenta di peso. Perché?

Nei primi 12 mesi di vita del piccolo il suo peso è più che triplicato, poi la crescita è continuata, seppure, in confronto, al rallentatore, qualche etto la settimana. Adesso, in confronto, pare bloccata.

Vegli ultimi due mesi nessuna variazione di peso. Possibile che sia in una fase di stasi? É più che regolare, intorno ai 18 mesi infatti la crescita ponderale del bambino si riduce in modo significativo rispetto ai periodi precedenti. Se dalla nascita all’anno e mezzo il piccolo aumenta fino ai 10-11 kg, dai 18 mesi ai 2 anni l’incremento è attorno al chilo.

Lo “stop” fisiologico dunque non deve allarmare, non si tratta di un blocco della crescita, ma di una diminuzione dell’incremento.

In primo luogo influisce il fatto che in questo periodo il bambino impara a camminare e comincia a muoversi in maniera autonoma, la curiosità di scoprire da solo l’ambiente circostante, che lo attrae, lo spinge a spostarsi per esplorare, e questo si traduce in un maggiore dispendio di energie per il suo fisico, rispetto a prima, quando era la mamma a trasportarlo.

Anche la sua alimentazione cambia, adesso si avvicina sempre di più a quella degli adulti come consistenza e sapori, inizia ad apprezzare gusti diversi, selezionare preferenze, acquisire abitudini nuove. Il piccolo inoltre, acquistando autonomia di movimento, perde un po’ di interesse per il cibo, proprio perché il suo interesse è rivolto a scoprire le nuove capacità motorie.

Ecco dunque che maggiore attività fisica da un lato e la fase di transizione alimentare dall’altro, giustificano un aumento di peso più contenuto.

È un momento di trasformazione che coinvolge tutto l’organismo, anche il suo ritmo metabolico varia, e l’intestino deve adeguarsi alla digestione di aliemnti diversi.

Dunque è una fase di crescita, ma come essere certi che tutto proceda nella norma?
Se il piccolo non mostra sostanziali variazioni del ritmo sonno/veglia, non ci sono sbalzi di umore, e va di corpo con regolarità, significa che si tratta di una normale variazione. Se la stasi del non aumento di peso dura per oltre un mese o un mese e mezzo, il pediatra dovrà valutare la situazione.

PER CONTROLLARE IL SUO PESO FORMA

 

Mesi
Peso maschi
Pesi femmine
18
da 9 a 13.6 kg da 9.8 a 12.8 kg
19
da 9.8 a 13.7 kg da 9.1 a 13 kg
20
da 10 a 13.9 kg da 9.2 a 13.2 kg
21
da 10.1 a 14.2 kg da 9.4 a 13.4 kg
22
da 10.3 a 14.3 kg da 9.5 a 13.6 kg
23
da 10.4 a 14.6 kg da 9.7 a 13.8 kg
24
da 10.6 a 14.8 kg da 9.8 a 14.1 kg

Educazione dei ragazzini

Accettare una sconfitta non è facile.Una prova negativa rischia di far perdere al bambino la stima di se stesso. Insegniamogli fin da piccolo a superare uno smacco per aiutarlo a diventare un adulto responsabile.

SE SAPRA’ PERDERE DIVENTERA’ FORTE
Perdere un amico,essere bocciati,arrivare ultimi alla gara di nuoto.Per un ragazzino di 10-12 anni questo può sembrare la fine del mondo,perché accettare una sconfitta senza perdere stima e fiducia in se stessi è tanto più difficile quanto più si è giovani e inesperti della vita.

Imparare a superare una delusione però è uno dei punti fondamentali della crescita,uno degli insegnamenti primari che i genitori dovrebbero dare ai figli.

L’importante è abituarli fin da piccoli a pensare che avere difetti e limiti è un fatto naturale,e che nessuno deve considerarsi un fallito se non riesce a raggiungere un obiettivo.

I motivi che fanno perdere una battaglia possono essere indipendenti dalla propria volontà,e quello che conta è impegnarsi nel modo giusto.

Subire una sconfitta,poi,può trasformarsi in un’occasione per capire punti di forza e di debolezza. Passati rabbia e dolore,il ragazzino può analizzare il perché del risultato negativo,e da ciò può trarre elementi preziosi per ottenere esiti migliori in futuro.

Ma vediamo,nel concreto,come aiutare i nostri figli ad affrontare queste difficili prove.

  • SE LO SPORT DELUDE
    Un calcio di rigore sbagliato,una caduta durante l’esame di danza.Le delusioni sportive sono difficili da superare,perché possono far perdere “punti”agli occhi dei compagni.Come aiutare il piccolo atleta? Intanto è meglio non affrontare il discorso “a caldo”.Poi sfumata la rabbia,si può spiegare che lo sport non è soltanto agonismo,ma anche divertimento in sé per sé. E la gara è solo una verifica delle proprie possibilità in quel momento.Non superarla vuol dire che bisogna impegnarsi ancora,senza perdere la forza e la volontà di migliorare.
  • DISPIACERI DI CUORE
    Se il problema è “di cuore”,il tradimento di un amico o le prime delusioni d’amore, l’importante è che i ragazzini non pensino di aver perso un’amicizia o mancato una conquista perché non sono abbastanza simpatici e attraenti. Smontate questi argomenti e fate capire ai vostri figli che non piacere ad una persona non vuol dire essere privi di attrattive e di qualità. I sentimenti possono nascere o morire per motivi indipendenti alla nostra volontà,e cambiano a seconda dei momenti della vita. L’amore poi è il più misterioso di tutti,una specie di alchimia che si stabilisce tra due persone e che può durare un giorno come cent’anni. La libertà è un fondamento dell’amicizia e dell’amore.
  • INSUCCESSI SCOLASTICI
    Torna a casa con un brutto voto e non la smette più di piangere: “Eppure io avevo studiato!”. Primo passo:lasciate che vostro figlio si sfoghi liberamente,servirà anche a capire le dimensioni della delusione. Poi cercate di scoprire perché ha sbagliato il compito in classe. Non ha capito qualcosa?Si era impegnato abbastanza? E così via. Trovare i motivi di un insuccesso scolastico,infatti,aiuta il bambino a capire come può prepararsi meglio. Se poi il giovane va male sempre nella stessa materia basterà spiegargli,magari con esempi presi dalla propria vita,che capita a tutti di fare male qualcosa,e ciò non significa non valere nulla.

Quando togliere il ciuccio

Non bisogna contrastare l’istinto naturale del piccolo di attaccarsi al seno per nutrirsi, ma bisogna contrastare l’abitudine di mettersi il dito in bocca, potrebbe diventare un brutto vizio e difficile da togliere, meglio se gli diamo il ciuccio.

Finché è piccolo lasciate pure che succhi quanto vuole il suo ciuccio, lo rilassa per il sonno e lo rassicura dopo aver pianto. Il distacco da questo oggetto deve avvenire molto serenamente, se verso i due anni continua ancora a cercare il ciuccio, i genitori devono intervenire concordandone l’utilizzo.

Il ciuccio gli sarà dato solo in alcune occasioni stabilite, come un malessere, la nanna, il soggiorno dai nonni. Il vizio di succhiare protratto altre i due anni può compromettere il corretto sviluppo della bocca e dei denti.

La dieta giusta contro l’acetone

L’acetone è dovuto a una carenza di zuccheri nell’organismo e si manifesta facilmente quando il bambino ha la febbre alta, o altri problemi con i quali si rifiuta di mangiare. A volte, può essere anche la conseguenza di un’alimentazione squilibrata, troppo ricca di grassi e povera di zuccheri.

L’acetone si manifesta con pallore, mal di testa, nausea e vomito. Quando il bambino è in questa situazione ha bisogno di ingerire zuccheri e acqua per evitare che si disidrati. È bene fargli bere acqua, camomilla zuccherata e succhi di frutta specifici per l’infanzia.

Nei giorni del malessere sono indicati i biscotti, la crema di riso, la pastina e la patata lessa e schiacciata, va evitato il latte, lo yogurt e i formaggi, perché troppo ricchi di grassi.

Come abituarlo al cucchiaino

È un momento importante nella vita del piccolo il passaggio dal biberon al cucchiaino, perché deve imparare a deglutire, e quindi a coordinare i diversi moviemnti della bocca.

In più se il bambino allatta al seno della madre ci deve essere il distacco dal corpo materno. Come far avvenire questo distacco?

Qualche tempo prima dello svezzamento è bene mettere tra i suoi giocattoli un cucchiaino di plastica colorata, in modo che inizi a riconoscerne la forma, al momento della pappa per le prime volte è bene tenere il piccolo in braccio, e solo in seguito abituarlo a sedere sul seggiolone.

Il cucchiaino va inserito fino a metà bocca, per stimolare il movimento della deglutizione. Durante la pappa è bene parlare e sorridere al piccolo.

Entro l’anno controllo dall’oculista

Gli organi della vista e dell’udito devono essere controllati con regolarità per prevenire e curare con successo qualsiasi problema. Il primo controllo viene effettuato a tutti i bambini al momento della nasciata, si assicura che gli occhi siano simmetrici, se il piccolo e a rischio o ha già qualche disturbo e sottoposto ad esami più approfonditi dallo specialista.

Il pediatra ripete i controlli a sei mesi, verso l’anno anche se apparentemente non ci sono disturbi è bene sottopore il piccolo a una visita oculistica, alcuni disturbi possono essere individuati solo attraverso indagini specifiche, e data la tenera età e il problema preso al principio si può risolvere con successo.

La televisione in piccole dosi – uso e abuso

I tempi cambiano per le nuove generazioni, infatti viene dato molto spazio a ciò che, se gestito in modo sbagliato, può creare seri danni all’organismo: parliamo della televisione.

Oggigiorno, sempre più bambini, passano molte ore con questo strumento, inutile dissuaderli, soprattutto se la presenza dei genitori è ridotta dagli impegni lavorativi. Da alcuni studi effettuati, è emerso che le conseguenze sull’organismo sarebbero molteplici, ad iniziare da quelle che possono colpire la vista.

È importante infatti calcolare bene la distanza da cui il bambino dovrebbe guardare il televisore: basta moltiplicare per 7 la lunghezza della diagonale dello schermo. Con tale metodo, la distanza varierà secondo la grandezza del televisore. Più lo schermo è ampio, maggiore sarà la distanza da cui guardarlo.

Ancora più dannosi della TV, sono i videogames che, per l’enorme coinvolgimento emotivo portano una continua contrazione del muscolo dell’occhio. In questo caso la distanza visiva dovrebbe essere di 60-70 cm, per evitare che l’apparato visivo venga colpito da fenomeni di affaticamento, come la visione offuscata, l’arrossamento ecc..

Alcune ricerche condotte sugli effetti comportamentali dell’uso prolungato dei videogames, hanno rilevato che un bambino su 5 diventa dipendente e, se utilizza videogames violenti, ha una maggiore propensione rispetto ad un suo coetaneo, di sviluppare condotte aggressive ed antisociali.

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